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Open Water |
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Regia: Chris Kentis.
Gli interpreti: Blanchard Ryan, Daniel Travis, Saul Stein, Estelle Lau.
Titolo originale: Open Water.
Durata: 79.
Anno: 2003.
Paese: USA.
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Recensito da: Luca Baroncini
La sfida piu' grande per chi si accinge a cimentarsi con i possibili
tremori provocati dal mondo marino, non e' tanto raccontare qualche
cosa di nuovo (in fondo squali e pesciacci di ogni dimensione e
voracita' hanno gia' impressionato chilometri di pellicola), ma
riciclare in modo personale. E Chris Kentis supera felicemente la non
facile impresa. Con un budget limitato, l'aiuto di amici e parenti
nella troupe, molta determinazione e, ovviamente, una buona dose di
fortuna (il film e' stato selezionato al Sundance dove ha trovato in
fretta un contratto miliardario con la Lions Gate per la
distribuzione), il giovane regista riesce infatti a smuovere quella
cortina di indifferenza che sempre piu' spesso avvolge lo spettatore
davanti a goffi tentativi di spavento basati su "buh!" largamente
annunciati ed effetti e effettacci non poi cosi' speciali. Per una
volta aggettivi come prevedibile, grossolano, ridicolo, improbabile,
possono essere temporaneamente accantonati grazie a un'idea forte,
semplice ed immediata, sviluppata con coerenza e abilita'. Il soggetto
del film, pare tratto da una storia vera, prevede l'abbandono di una
coppia di sub dopo un'immersione al largo delle Bahamas, a causa della
imperdonabile distrazione di uno degli organizzatori. I due si trovano
cosi' in mare aperto, in balia della folta fauna acquatica, senza
alcuna possibilita' di azione. L'unica cosa che possono fare e'
sperare che qualcuno torni indietro per recuperarli. Sembra materia
per appena un cortometraggio, eppure il regista riesce ad
approfondire, anche psicologicamente, la situazione con incisiva
progressione: allo stupore iniziale, vissuto come materia per un
aneddoto colorito da raccontare agli amici nelle serate casalinghe,
subentra, con il passare delle ore, l'incertezza, fino al vero e
proprio terrore provocato dal minaccioso sopraggiungere della notte.
Nonostante qualche stratagemma puramente cinematografico (gli effetti
sonori, le non banali scelte musicali, qualche campo lungo che mostra
a noi piu' di quanto sia consentito vedere ai personaggi, il parallelo
tra la tranquillita' della sera nell'isola civilizzata e la perdita di
tutte le certezze in mezzo al mare), il punto di vista adottato e'
perlopiu' quello dei due protagonisti: cio' che riescono a vedere e
percepire loro e' cio' che riusciamo a vedere e percepire noi, con una
conseguente ed efficace immedesimazione ed un crescente senso di
angoscia. Niente scene madri, quindi, con squali dalle fauci
spalancate pronti all'attacco, ma il tangibile panico di sentirsi
immersi in acque popolate da pericolosi predatori che non si vedono,
se non attraverso dettagli o rapidissimi flash, ma si sentono.
Superato l'empasse iniziale, tutt'altro che contagioso, di ennesima
variante in digitale sporco e traballante (lo stile visivo ricorda un
reality show meno laccato) e il sorriso da dentifricio dei due
protagonisti, si entra gradualmente nell'assurdita' di un incubo non
calcolato dagli esiti imprevedibili. Dove la disattenzione di un
attimo puo' trasportare, in pochi secondi, dal paradiso delle
sicurezze all'inferno dell'ignoto. Se il marketing se ne accorge (e
pare che se ne sia accorto), il film ha buone opportunita' di
diventare un caso.
GLI SPIETATI - www.spietati.it
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