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PORNOCRAZIA |
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Regia: Catherine Breillat.
Gli interpreti: Amira Casar, Rocco Siffredi.
Titolo originale: Anatomie de l'enfer.
Durata: 90.
Anno: 2002.
Paese: Francia.
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Recensito da: Luca Baroncini
L'unico pregio dell'ultima provocazione di Catherine Breillat sta
nella scelta di temi spinosi e problematici (l'eterno conflitto tra i
sessi e l'esplicitazione del concetto di oscenita') e nel trattamento
poco incline al compromesso. Non basta pero' mostrare cio' che il
cinema in genere nega, oscurando insieme alla morale imperante una
buona fetta di vita, per far funzionare il film. La regista, infatti,
si erge a depositaria dell'Unica Verita' e imbastisce una vicenda che
ha esclusivamente l'obiettivo di suffragare le sue tesi femministe
(tutti sono in fondo perdenti, la donna nel buco nero della sua
potenza intellettiva, l'uomo nei suoi 20 e passa centimetri di
orgoglio ferito). I due unici protagonisti diventano cosi' manichini
privi di qualsiasi soffio vitale, con il solo scopo di farsi portatori
di elucubrazioni all'insegna della grevita'. Ecco quindi tutta una
serie di botta e risposta ad effetto ma privi di spontaneita' che,
decontestualizzati, potrebbero anche ispirare qualche riflessione non
banale, mentre nella messa in scena adottata perdono ogni possibile
implicazione e, anzi, finiscono per ammantarsi di ridicolo. Non e'
percio' tutta colpa di Rocco Siffredi (un po' si', pero'), e della sua
staticita' spacciata per corrucciamento, se in piu' di un'occasione
l'imbarazzo travalica lo schermo e raggiunge lo spettatore. Chiunque,
infatti, alle prese con battute tipo "La fragilita' delle carni
femminili impone il disgusto della brutalita'?" oppure "Il sesso
femminile ha una pelle infetta come quella della rana che perņ almeno
ha il buon gusto di essere verde" avrebbe non poche difficolta' nella
resa espressiva. Piu' sciolta la bella Amira Casar, perlopiu'
impegnata in pose plastiche di evidente ispirazione pittorica.
Maldestro il montaggio, con qualche raccordo grossolano, curata la
fotografia, piu' che didascalica la voce fuori campo (della stessa
autrice nella versione francese) e pessimo il doppiaggio. Non mancano
i momenti forti (penetrazioni con rastrelli, infusi al mestruo, vagine
truccate con il rossetto, dettagli ginecologici di bambine), ma
sembrano piu' che altro stratagemmi gratuiti per rendere il film
vendibile ed impedire al pubblico di addormentarsi. Irritante, anche
perche' buttato la' senza alcun approfondimento, il pretenziosissimo
taglio da parabola educativa con ambizioni cristologiche (il ricorrere
dei crocifissi, il sudario insanguinato). Grande assente, e se ne
patisce non poco la mancanza, l'ironia. Il titolo italiano, dal
romanzo omonimo della stessa regista, e' un termine utilizzato dai
greci per indicare l'influenza negativa delle donne in politica.
L'originale, "Anatomie de l'enfer", indica invece che "se l'inferno ha
un'anatomia, e' quella di una donna".
GLI SPIETATI - www.spietati.it
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