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The day after tomorrow - L'alba del giorno dopo |
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Regia: Roland Emmerich.
Gli interpreti: Dennis Quaid, Jake Gyllenhaal, Sela Ward, Ian Holm, Emmy Rossum.
Titolo originale: The day after tomorrow.
Durata: 125.
Anno: 2004.
Paese: USA.
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Recensito da: Luca Baroncini
C'e' un filo rosso che lega tutti i film di Roland Emmerich, il
regista tedesco ormai da tempo adottato dagli studios d'oltreoceano:
l'alto tasso di spettacolarita' abbinato ad una narrazione elementare.
E questo nuovo giocattolone, che riprende gli antichi fasti, mai
sopiti, del filone catastrofico, non fa eccezione. Da una parte,
quindi, una grande cura per l'impianto scenico, con sequenze
dall'impatto visivo molto forte, dall'altra personaggi scialbi e
tutt'altro che memorabili impegnati in situazioni dall'esito
prevedibile. Tutte le regole del genere vengono pienamente rispettate:
il professore tapino e inascoltato unico conoscitore della terribile
verita', la preparazione della tragedia con una panoramica dei cinque
continenti ma il solito americacentrismo di fondo (l'epicentro del
disastro climatico poteva non essere New York?), un po' di carne da
macello per rimpolpare il racconto, la storiellina d'amore, qualche
buon sentimento in saldo (il bambino malato terminale, il sacrificio
dell'amico, il barbone pezzo di pane), e l'immancabile eroe che del
pericolo se ne frega e riesce (non si capisce bene come) a farcela
nonostante tutto. Le uniche varianti sono nell'ironia, mai sottile
pero', e nello sguardo "democratico" piuttosto che "repubblicano", ma
il messaggio a tutela dell'ambiente sulle conseguenze devastanti
dell'effetto serra e' facile facile e la lezioncina "no-global"
incisiva come un "volemose bbene", problematica solo in apparenza.
L'ovvieta' dei caratteri e la banalita' degli sviluppi, pero', non
disturbano troppo. Certo, impediscono di affezionarsi ai personaggi e
di trepidare con loro e per loro, ma e' chiaro fin dall'inizio che
cio' che importa al regista e' costruire i presupposti di una grande
avventura per poi esibire, grazie ai prodigi della tecnica, cose mai
viste. L'inondazione di New Yok, gli uragani sopra Los Angeles,
l'arrivo di un cargo russo nel centro di Manhattan, la distruzione
della scritta Hollywood, la Statua della Liberta' sprofondata nei
ghiacci, sono tra i momenti piu' divertenti del film e soddisfano la
parte bambina di ogni spettatore, quella che guarda le immagini con la
pancia. Cosi' come titilla lo spirito critico l'inversione del senso
di marcia al confine con il Messico, con gli americani in cerca di
ospitalita' nelle terre da sempre bistrattate e diventate, di colpo,
l'unica ancora di salvezza contro il gelo invivibile. Meno riuscito,
invece, il lato umano del racconto, con intrecci affettivi di scarso
interesse, personaggi incolori, gravati da dinamiche emotive
stereotipate, e dialoghi da sit-com; il tutto mai troppo serioso,
anzi, venato da un ottimismo forzato che smorza non poco la tensione
dei momenti piu' drammatici. Chissa' perche', poi, il cataclisma e'
sempre un ottimo cupido, riunisce i divorziati e fa innamorare i
protagonisti che, tra l'altro, hanno anche modo di riavvicinarsi ai
propri familiari. Bisogna che qualcuno glielo dica a Emmerich che e'
la quotidianita' il vero banco di prova. E chissa' ancora perche' le
regole del disastro non valgono per tutti allo stesso modo: se stare
all'aria aperta significa congelare nel giro di pochi secondi, come
mai il protagonista se ne va a spasso per trecento e passa miglia alla
ricerca del figlio e non gli succede niente di niente? Ma sono
dettagli, e nella grana grossa del film non c'e' posto per le
sofisticherie. Non resta quindi che godere di quel che si puo'. Non ci
si annoia come in "Godzilla", ma qualcosa di piu' era comunque lecito
aspettarselo.
GLI SPIETATI - www.spietati.it
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