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CITIES OF INTERIORS



CITIES OF INTERIORS
Nel 1956 la Nin decise di raggruppare cinque romanzi da lei scritti nel corso degli anni, in un unico volume intitolato appunto "Le città dell'Interiore". I cinque libri furono concepiti con un'idea di continuità: i protagonisti erano sempre gli stessi ma ognuno veniva sviluppato in maniera autonoma in ogni volume. Una sorta di romanzo fiume, in stile proustiano, teso all'indagine della vita interiore, all'analisi introspettiva di tre donne (Djuna, Lillian e Sabina) che riassumono in loro le caratteristiche fondamentali dell'universo femminile. Attraverso i loro amori, la loro vita intima e segreta, l'autrice ci conduce in un viaggio negli abissi sommersi della psiche e delle emozioni, per svelare le "città dell'interiore".
L'idea di un unico volume che contenesse i romanzi non era sbagliata. E' vero che possono essere letti separatamente, ma il disegno d'insieme, la trama e l'ordito che creano l'arazzo finale sono visibili solo dopo aver letto tutti i volumi in sequenza (Scale di fuoco, Figli dell'Albatros, Le quattro stanze del cuore, Una spia nella casa dell'amore e Seduzione del Minotauro).
Gli scritti assumono particolare rilievo dopo aver letto i volumi del "Diario". La Nin trae ispirazione dalla vita per le sue opere, e se questo è valido per qualsiasi scrittore, lo è cento volte di più per Anais. Visti sotto questa luce, tutti i romanzi non sono altro che una lunga confessione di amori, tradimenti, esperienze taciute e tenute nell'ombra per una vita intera. La verità è nel diario, quello non pubblicato e conservato presso L'UCLA: ma non c'è bisogno di andare fino a Los Angeles per capire che Djuna, Lillian e Sabina sono tre voci di una sola persona. L'io narrante è sempre Anais la quale è libera di raccontare grazie al filtro dell'arte e della letteratura, evitando di ferire le persone che ama e salvando la sua esistenza dalla distruzione che i segreti, a volte, portano con sé.
Ma naturalmente, l'opera non ha un valore esclusivamente biografico, così come non lo hanno i diari. Se entrambi fossero solo il racconto dell'esistenza di una donna, la Nin non sarebbe mai apparsa sugli scaffali di nessuna libreria. Ma la sua visione del mondo è universale, capace di raggiungere altre persone grazie ad uno stile poetico e delicato: la sua capacità di penetrazione nell'io, va al di là di quello personale e si fonde in una forza più grande per toccare una parte di ogni lettore. Le domande, gli stati d'animo, i sentimenti delle protagoniste di "Cities of Interiors" sono comuni e riconducibili a tutte le donne di oggi, ieri e forse domani perché l'animo umano, lo spirito di vita che muove ogni sua parola non conosce confini di tempo e spazio.

SCALE DI FUOCO
Scale di fuoco, pubblicato per la prima volta negli anni '40 a New York, è il primo della serie di cinque.
La "trama" e i personaggi sono ispirati dalle esperienze vissute dalla stessa autrice e riportate poi nel "Diario I" e in particolar modo in "Henry and June". L'evento decisivo nella vita della Nin, l'incontro con Henry Miller e con sua moglie June, ha lasciato un segno indelebile in Anais che parte proprio da esso per arrivare a descrivere aspetti più universali delle relazioni umane.
Tre donna e un uomo sono i personaggi di questa "fiaba realista" (e surrealista). E se l'uomo è chiaramente ispirato a Miller, le protagoniste non sono altro che i diversi aspetti dell'io disgregato della Nin che si cela e si divide tra di esse.
Un romanzo molto più apprezzabile se si conosce la poetica della Nin che, nei suoi diari, spiega la genesi e gli intenti di questa opera per molti versi ambiziosa.
Il fine ultimo è quello di raccontare esperienze e realtà vissute, senza rivelarne i contorni e i dettagli. La realtà di cui la Nin narra, non è oggettiva in quanto essa non è mai univoca, ma solo il riflesso di ciò che interiormente vediamo e sentiamo. Profondamente influenzata dalla psicanalisi, il suo scopo è quello di raccontare la storia dei protagonisti attraverso i loro sentimenti. Si raccontano universi interiori capaci di plasmare la vita e le azioni e, in quest'ottica, riferimenti a fatti contingenti vengono omessi poiché superflui. Tutto è come un sogno. Coordinate spazio-temporali quali momenti del giorno e luoghi, sono volutamente assenti e ci si perde in un'atmosfera talvolta onirica nella quale si muovono i protagonisti. L'autrice nuota nell'inconscio dei suoi personaggi, in un mare di sensazioni, sentimenti, percezioni e da qui parte per descrivere il mondo esterno. Il tutto culmina nella scena finale del party, dove realtà e sogno si fondo. La figura surreale del Giocatore di Scacchi guida e introduce in questa festa dove tutti sono invitati ma nessuno è presente. Gli astanti, chiusi nelle loro personalità come cavalieri in armature di acciaio, lasciano trasparire poco di loro e si muovono in un universo di convenzioni e convenevoli. Parlano ma non comunicano, tutti quanti persi nella loro visione della realtà e di se stessi.
"Dai bastioni di vetro della sua città interiore" Djuna (una delle protagoniste) riesce a vedere al di là dei travestimenti e delle deformità che ogni essere umano crea nella sua percezione del mondo esterno, per raggiungere il nucleo di tutti i partecipanti.
Cercare quale tra le protagoniste sia Anais Nin, quali tra gli eventi descritti siano veri e quali finzione, è un compito inutile. L'interazione tra la sua opera narrativa e il diario è la chiara dimostrazione che "la vita individuale vissuta profondamente si espande sempre in una verità che la trascende"

FIGLI DELL'ALBATROS
Secondo romanzo del ciclo delle "Città dell'Interiore", questo "Figli dell'Albatros" riprende i personaggi principali di "Scale di Fuoco": Lillian e Jay, Sabina e Djuna. Ed è proprio quest'ultima la protagonista del libro, o almeno, della prima parte di esso.
Se nel romanzo precedente, la figura che risalta di più, quella che viene meglio delineata è quella della intraprendente e inquieta Lillian: se la relazione di lei con il dissacrante e irrequieto Jay è al centro dell'attenzione, qui un'altra donna e un altro amore vengono dipanati e svelati. Djuna e Paul vivono una relazione al limite della clandestinità, intensa quanto breve, ma capace di lasciare un segno indelebile nelle "città dell'interiore" della giovane ballerina. Una storia d'amore ancora una volta estrema, vissuta con una passione bruciante, dove le protagoniste non si risparmiano nel loro darsi completamente all'amato e all'esperienza stessa.
Djuna crescerà, diventerà adulta attraverso questa conoscenza di un ragazzo molto più giovane di lei, diraderà le nebbie dell'adolescenza ancora presenti per trasformarsi in una donna adulta.
Contemporaneamente continuiamo a seguire Sabina e Lillian nelle loro vite interiori sempre in subbuglio, in un perenne stato di cambiamento. E così come "Scale di Fuoco" si chiudeva con la scena onirica della festa inesistente a cui partecipano tutti i personaggi, anche in "Figli dell'Albatros" le vicende diverse portano i protagonisti a ritrovarsi in uno dei tanti caffè parigini per un'ultima corale immagine che riassume in sé tutti gli stati d'animo, i sentimenti e le emozioni che lo stesso racconto esprime così bene. Da notare che proprio al tavolo di questo caffè, le due storie d'amore finiscono: Lillian capisce che non ha modo di liberarsi della figura incombente, invadente e assoluta di Jay se non lasciandolo, e Djuna è ormai consapevole che la relazione con Paul è stata troncata definitivamente dalla partenza di lui per l'India.
Come seguito di "Scale di Fuoco" il romanzo prosegue nella descrizione delle protagoniste. Ma invece di definire meglio le tre figure, man mano che si procede nella lettura, si ha l'impressione che Djuna, Lillian e Sabina formino un'unica entità, una sola donna. Le caratteristiche di una si fondono nelle altre, molti tratti sono comuni così come gli atteggiamenti, che non identificano ma si confondono e non sembrano appartenere unicamente a una delle tre. Lo si nota nell'identificazione (temporanea) di Lillian con Sabina, e la confusione emotiva di Djuna non è poi tanto diversa da quella di Lillian (anche se si manifesta in modo differente). E non c'è bisogno di guardare troppo attentamente per capire che, questa unica figura che le tre donne vanno a formare, ha un nome ben preciso: Anais Nin.

LE QUATTRO STANZE DEL CUORE
C'è un filo rosso che unisce tutto il ciclo di "Cities of Interiors" ed è la sensualità. L'amore fisico che a volte è causa, a volte conseguenza di un sentimento più grande e completo che finisce per coinvolgere tutto l'essere.
In "Figli dell'Albatros", Djuna s'innamora dell'adolescente Paul perché il lui vede un riflesso di quell'età che non ha ancora del tutto passato. In lui c'è una parte di Djuna che non è stata dimenticata, che riemerge e che fa scaturire l'amore tra i due. La protagonista si ritrova a vivere (e rivivere) aspetti della sua adolescenza che sono ancora radicati e dai quali si staccherà definitivamente solo dopo avere affrontato la storia d'amore con un ragazzo più giovane. Djuna segna il suo passaggio ultimo alla maturità attraverso questa esperienza che parte dall'anima, dal bisogno tutto interiore di riconoscersi in Paul e arriva al corpo, dando vita ad una storia nata già finita, che renderà il loro amore ancora più intenso e passionale.
Il processo inverso sembra avere luogo, invece, in "Le quattro stanze del cuore" dove è la passione fisica a dominare. Djuna s'innamora di Rango, della sua pelle, dei suoi occhi, del suo corpo. E da questa relazione sensuale e erotica, nascerà un amore dalle catene molto più difficili da spezzare di quanto di creda. Pur di passare una notte con Rango, di vivere pochi momenti con lui, di averlo tutto per se, Djuna sarà disposta a vivere "una stagione all'inferno". Il fantasma di Zora, l'ipocondriaca moglie di Rango, si instaurerà tra di loro dando vita ad un torbido e triste gioco a tre. Djuna si trova invischiata in un rapporto a tratti morboso, ma dal quale non può e non vuole uscire. Anche questa volta, vivrà fino in fondo questa esperienza, nella quale il suo amore per il vagabondo gitano diventerà più forte e radicato giorno dopo giorno. Un amore nato dal desiderio ma che la porterà lontano, nei bassifondi delle città dell'interiore, luoghi tetri e sconosciuti che però sono parte della protagonista stessa e che lei esplorerà senza risparmiarsi.
E' un racconto sulla potenza dell'amore, su quanto ci possa fare cambiare, su quanto sia pericoloso inseguire un sogno. Djuna non ama il vero Rango, ma solo l'immagine iniziale che ha di lui: il bel vagabondo con la chitarra in spalla e il cavallo sempre sellato: un personaggio appena uscito dal "Romancero Gitano" di Garcìa Lorca. Rango non ama Zora, ma solo una parte di lei a tal punto che diventa cieco a tutto il resto, da non riuscire a capire la sua vera natura di malata immaginaria. L'unica che, paradossalmente, ha la visione chiara di tutta la relazione è Zora stessa, la malata appunto. Dal suo letto di finta inferma, regge i fili di questo menàge à trois e ne dirige la danza, facendo fare al marito e all'amante di lui ciò che vuole.
Djuna muore (non in senso fisico) nella scena finale. S'inabissa nell'idea di un potenziale suicidio che metta fine a quella parte così masochista e autodistruttiva, per risorgere, infine, come un'araba fenice al sole del nuovo giorno.

UNA SPIA NELLA CASA DELL'AMORE
Protagonista di questo quarto volume è Sabina, una figura irrequieta e in perenne movimento da un amore all'altro. E con il mutare dell'amore, muta anche la sua persona. Artefice di mille cambiamenti e mascheramenti, si muove tra un rapporto e l'altro e in ognuno ritrova e perde una parte di se stessa. La Sabina che sta con il paziente e immutabile Alan, non è uguale a quella che si arrende al sensuale e ironico Philip o al giovane e disperato John…..mille donne in una sola. Sabina è un'attrice nel perenne ruolo dell'amante e in questo ruolo da tutta se stessa, così come Lillian e Djuna. Ma in questo suo vagare da un amore all'altro, in questo suo creare ruoli diversi, Sabina si perde, si confonde: e dietro a tutti i suoi uomini, oltre tutte le sue relazioni lei, dov'è? Sembra che la sua personalità si sia frantumata in tutte le donne che ha incarnato e che dietro ad una maschera ce ne sia un'altra e poi un'altra ancora, all'infinito. Non si riesce mai a toccare il suo vero essere, il nucleo centrale, forse perché non esiste. E' un personaggio perduto nel caleidoscopio dei suoi amori, perennemente in fuga: proprio come una spia. E come una spia ha il terrore di essere imprigionata, imbrigliata in un'unica personalità univoca e immutabile (come quella di Alan). Questa sua ossessione la spinge a scivolare da un letto all'altro, da una stanza d'albergo a un cottage sul mare, alla ricerca di una libertà che la lega ogni giorno di più con invisibili lacci.
Come una spia ha il terrore di essere scoperta e che le sue mille vite, invenzioni e bugie s'intreccino e vengano alla luce, smascherandola definitivamente e mettendo a nudo il segreto più grande: che Sabina non c'è.
Ispirato inizialmente alla moglie di Henry Miller, June, la protagonista diventa, così come Djuna e Lilian, la voce dell'artista. Di certo Sabina è June quando la conosciamo in "Scale di Fuoco", ma qui è Anais Nin. Basta leggere i diari per capire quanto si riveli, quante confessioni siano contenute in "Una spia…" così come negli altri romanzi. Una confessione trasfigurata in arte e diventata romanzo, dove mancano riferimenti di spazio, tempo, nomi, luoghi, ma che custodisce la quintessenza di Anais. Del resto fu lei stessa a dire: "
A buon intenditor poche parole.

SEDUZIONE DEL MINOTAURO
Ultimo capitolo di Cities of Interiors, questo "Seduzione del Monitauro" chiude simbolicamente un cerchio iniziato con "Scale di Fuoco" la cui protagonista è sempre la stessa: Lillian. Ma la donna che ritroviamo qui è molto diversa. E' una donna in fuga, da un matrimonio a pezzi, dal suo passato e da se stessa. Una donna che vuole raggiungere il nucleo del suo essere, scoprire la verità nascosta. Una donna che si perderà nel labirinto di maschere, di volti e personaggi che negli anni hanno costruito la Lillian che altri hanno amato. Movendosi in questo dedalo di cunicoli della memoria, oscillando tra passato e futuro, arriverà a capire che, nel labirinto interiore del suo essere è nascosto un Minotauro, un mostro che la impaurisce e la terrorizza: è il suo vero io, la Lillian non vista con gli occhi degli altri, ma attraverso i suoi. Non una mistificazione di se stessa, ma la sua vera immagine. Lillian si giudica e si accetta e forse per questo ritrova un equilibrio che aveva perduto molto tempo prima.
Fa da sfondo un Messico fatto di colori, sapori, sensualità. Non è il Messico reale, quello con coordinate geografiche precise, ma un paese visto e vissuto attraverso gli occhi della protagonista. Tutto viene filtrato dalla voglia di vivere e di dimenticare di Lillian e la città di Golconda, le amicizie messicane si trasformano nella concretizzazione di un caos e di una confusione tutta interiore. Ciò non toglie fascino ad una terra calda e primitiva come quella sudamericana, anzi: sembra di sentire ancora di più i suoi odori e i suoi profumi, simboliche epifanie di un passato che carica ogni luogo di un profondo significato. I luoghi sono volontariamente tracciati senza oggettività, per dare un'atmosfera da sogno, senza tempo: perché la vita non ha orologi o tabelle di marcia da seguire, ma un flusso continuo dal quale Lillian si lascia trasportare.