[home]   [biografia]   [bibliografia]

 
LA POLARITA' ANIMA-CORPO
in Das fliessende Licht der Gottheit
di Mechthild von Magdeburg,
con un approfondimento del capitolo V, 4:
L'amore meraviglioso ha una forza molteplice.
Come viene percepito. Di quattro generi di umiltà.
Dei sette aspetti della bellezza dell'anima amante.


In questo capitolo del Libro Quinto si possono rintracciare la maggior parte dei temi caratterizzanti la scrittura di Mechthild. Fin dal principio il tema della Minne, l'amor cortese, è protagonista nella storia dell'anima:
O mirabile Minne divina,
tu possiedi una grande forza santa,
illumini l'anima e ammaestri i sensi
e alle virtù concedi pieno potere.


La Minne è posta sopra a tutto ciò che è umano, poiché è originata dal divino. Essa è luce e guida, secondo una metafora che sin dall'antichità lega l'elemento del fuoco alla divinità (1). L'immaginario tradizionale supplisce poeticamente alla debolezza del linguaggio che si trova a dover esprimere ciò che non appartiene a questo (suo) mondo terreno. La metafora trasporta linguisticamente (e quindi anche sensorialmente) l'esperienza dell'anima in un mondo 'altro', superiore, nel quale è possibile l'unione con il Divino, anche per una povera ignorante, come si definisce Mechthild umilmente.
Anche l'anima è originata da Dio e a Lui tende. Lo cerca attraverso i sensi-servitori, che appartengono alla materia: Ben per me, povera ignorante, l'aver visto te, signora! Poi: l'anima mia lo sente….
I sensi dell'anima sono il luogo in cui ella avverte fortemente la voce divina che fluisce dentro di lei: La Minne fonde attraversando l'anima e penetra nei sensi. Nel libro [IV, 13] aveva confessato: Voglio e non posso scrivere: lo vedo con gli occhi della mia anima e lo sento con gli orecchi del mio spirito eterno, e percepisco in tutte le membra del mio corpo la forza dello Spirito Santo.
E Lo cerca anche attraverso le virtù, dono spirituale della Minne che tutto illumina e governa: l'anima mia lo sente: ti son soggette tutte le virtù. La struttura del mondo mistico di Mechthild è gerarchica, in ogni sua parte. L'amore comanda e si accompagna alle virtù, delle quali le più grandi sono l'umiltà e la castità:
Ma l'umiltà che si piega
non mescolata a superbia
in una vita spirituale,
e l'innata castità
o anche quella acquisita,
queste due virtù devono accompagnarsi alla Minne,
ma le son sottomesse.


L'umiltà, di cui Mechthild più avanti nel capitolo dà una divisione in quattro generi (esteriore, dei costumi, dei sensi e dell'anima), è l'atteggiamento primario della meditazione, dell'adorazione e quindi della lode a Dio: è una delle quattro ancelle che accompagnano la sposa-anima dal suo Sposo (in I, 46: La seconda ancella è l'umiltà, che tiene la sposa; è vestita della mortificazione e coronata dell'esaltazione). Infatti, solo umiliandosi nella propria povertà umana, l'anima (divina) giunge a Dio: …la santa virtù dell'umiltà, che conduce a Dio… [II, 1] Quando questo incontro è possibile, allora l'anima si riempie di desiderio (la Minne divina), che è a lei connaturato e in ragione di esso non può e non deve rinunciare a Dio (2).
Quando la Minne cresce nell'anima, essa si eleva fino a Dio con grande desiderio, e defluendo si amplia per accogliere il prodigio che penetra in lei. La Minne fonde attraver-sando l'anima e penetra nei sensi. In questo modo anche il corpo ne partecipa, cosicché (mediante l'amore) viene formato in tutte le sue parti.
Il linguaggio sensuale di questo passo conferma lo stretto rapporto linguistico tra estasi e corporeità: l'anima è radicata fortemente nella sua umanità, consapevole ed onorata di dividere questo aspetto dell'esistenza con Cristo e di fare attraverso di esso umilmente e umiliando se stessa la medesima esperienza (3) (Ora è giunto il momento/ in cui diverse persone, all'apparenza ecclesiastici,/ tormentano i figli di Dio nel corpo/ e li martoriano nello spirito,/ poiché Dio vuole che assomiglino al Suo caro Figlio,/ che era stato torturato nell'anima e nel corpo. [I, 25]; in [I, 29] Della bellezza dello sposo e di come la sposa lo debba seguire; inoltre: Se considero che la natura divina possiede ora in se' ossa e carne, anima e corpo, allora con gran gioia mi elevo al di sopra della mia dignità. [IV, 14]).
La liquidità, il fluire, sono immagini legate in questo libro fin dal principio - dove in una sorta di Genesi Dio consegna le proprie parole a Mechthild (…Dio stesso pronuncia le seguenti parole: Questo libro mando ora come messaggero…Esso annuncia solo Me e rivela il Mio segreto…Questo libro si chiama "Luce fluente della Divinità". [I, 1] ) - immagini dunque legate alla cultura medievale del corpo, nel quale l'interazione dei quattro umori determinava lo stato psicofisico dell'uomo. La liquidità, dunque, come segno di vita e fisicità. Tutto quello, cioè, cui Mechthild chiede aiuto quando il tedesco le vien meno.
Quando si tratta del corpo umano e terreno riaffiorano l'intento e lo stile didattici di Mechthild, che si rivolge allora al lettore con una domanda diretta: Ci possono essere cattivi costumi nell'amore divino? La risposta immediata ricalca i passi dell'eterna lotta tra il bene ed il male e quelli dell'onnipotenza divina, che tuttavia non va a ledere la libertà che Dio stesso ha concesso all'uomo: Non mi risulta, poiché l'amore di Dio non falsato possiede una forza tanto grande [che li odia e li esclude]. Tuttavia l'anima non viene mai così completamente pervasa dall'amore divino da non poter esser spesso tentata da cose terrene. Sono proprio queste 'cose terrene' che trascinano l'anima verso il basso, verso la zona di appartenenza del corpo (4) e non permettono altra espressione se non quella dell'esperienza sensoriale, umanissima. L'anima pervasa totalmente dall'amore vero fa dunque l'esperienza dell'estasi: Quando l'amore è giunto a completa fioritura nell'anima…. La metafora della fioritura (bluien o gruenen) è termine di paragone dell'anima nell'unio mystica nel momento culminante dell'estasi ma anche qualità dello sposo. Infatti: Quando il gioco è al massimo della sua bellezza, deve finire. Allora il Dio fiorente dice: "Vergine, dovete scendere". [I, 2]. Il limite umano è sempre presente, e tanto più si rivela, quanto più l'anima si eleva verso l'Indicibile (5). Ancora una metafora viene in aiuto di Mechthild per spiegare ulteriormente il concetto del limite umano nell'esperienza sovrumana dell'anima: la paragona ad un pellegrino (figura molto familiare al pubblico dei suoi contemporanei) che con forza (la Minne ed il desiderio da lei provocato) si spinge fino alla cima del monte - antica metafora di sapore biblico per cui si identificava il monte con Dio (6): (…)nel terzo giorno il Signore scenderà sul monte Sinai alla vista di tutto il popolo. Fisserai per il popolo un limite tutto attorno, dicendo: Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare le falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte. (…) Quando suonerà il corno, allora soltanto essi potranno salire sul monte". [Es 19,11-14] - cioè fino alla 'cima oltremodo sconosciuta' di cui parla lo Pseudo Dionigi, il Dio intoccabile, irraggiungibile se non ai pochi cui egli stesso ha concesso la grazia e il dono di poter essere ammessi alla sua presenza (cioè i santi ed i mistici, ad esempio), esattamente come un signore che comanda ai suoi sudditi (7).
Dunque, dopo l'ascesa al monte (di Dio) il pellegrino-anima ha però timore di ridiscenderlo, come già era stato scritto in I, 2: Allora il Dio fiorente dice: "Vergine, dovete scendere". Ella (si spaventa) e dice: (…). Ecco che viene accennata una spiegazione a ciò che avviene all'anima durante l'estasi mistica: l'abbraccio della Santa Trinità è così forte da perdere completamente i sensi, in assenza dei quali l'anima è nell'impossibilità di esperire e di comunicare l'unione con il suo Sposo divino. Dio ben lo sa, cioè solo lui e l'anima sono a conoscenza di ciò che succede durante le nozze mistiche. All'intelletto non è dato di esplorare tali significati (8), poiché lo dovrebbe fare esclusivamente attraverso il linguaggio, che non è più lo strumento conforme a questo scopo. A questo punto non resta che tacere (come Hofmannsthal) e demandare alle cose (alle metafore) il compito di lodare Dio (IV, 12).
E nelle cose esterne all'anima Mechthild afferma di dovere cercare Dio: Ora ti dico dove io sono:/ sono in Me stesso,/ in ogni luogo e in ogni cosa/ com'ero fin dall'inizio. [II, 25]. Da questa ricerca scaturisce l'unione e il dischiudersi a Mechthild del prodigio segreto (ancora l'indicibilità) della (Sua) beatitudine (sempre II, 25 di seguito).
Dopo l'ascesa, dunque, la discesa di anima e corpo (il quale aveva beneficiato della Minne che pervade l'anima: In questo modo anche il corpo ne partecipa, cosicché (mediante l'amore) viene formato in tutte le sue parti.) nel movimento dell'umiltà imperscrutabile che è virtù donata dallo Spirito. Il tema dell'umiltà e della umiliazione è portante nell'opera di Mechthild ed è caratteristico del tempo (piacere a Dio o agli uomini? Non si ottengono facilmente entrambe le approvazioni, perché in certa misura esse sono in contrasto). Il peccato primo e peggiore è la superbia (III, 21: …la superbia era la prima pietra./ Lucifero ne è la prova.), punita secondo il contrappasso (poi anche in Dante, ma in modo differente) da Lucifero direttamente (id.: Per primi afferra i superbi e li preme sotto la coda..). L'annullamento della volontà e la mortificazione del corpo sono funzionali alla unio mystica, nella quale Dio e l'anima realizzano una nobile natura (…) con un unico volere, cioè l'anima deve volere ciò che Dio vuole, poiché tutto ha in Lui origine, compreso il rapporto mistico nuziale (in III, 23: "Lo so bene , Signore, che/ il primo piacere di me deve sorgere in Te". E in I, 44 si era detto: Se vuoi che danzi bene,/ devi danzare Tu stesso e cantare per primo. ).
Il corpo sprofonda anch'esso in basso, dove serve al suo nemico e lo sopporta tacendo, ed evita i suoi amici per la gloria di Dio. L'estasi è quasi una morte del corpo (9), anzi presuppone un annullarsi del corpo di fronte alla potenza dell'amore divino: Se allora il corpo può ancora battere le ali,/ l'anima non apprenderà mai la cosa più somma/ che possa accadere a un essere umano./ In questo amore legato l'anima ferita divien ricca/ e i suoi sensi esterni molto poveri [II, 24] . E già al principio del libro primo (capitolo terzo) aveva specificato: Questo saluto non può ne' deve alcuno ricevere,/ a meno che non abbia superato se stesso/ e annientato.
Il ruolo così importante del corpo nella vicenda mistica è da mettersi in relazione con il mistero della morte e resurrezione di Cristo. La Sua morte umana, soprattutto il Suo sangue sacrificato sono tramite, anzi soggetto stesso della salvezza (nello Spirito Santo) dell'anima (10). Come Cristo si è annientato - perché tutt'uno con la volontà del Padre - così anche l'anima deve desiderare la mortificazione della carne per la lode e la gloria di Dio, secondo quella volontà unica che insieme allo sposo realizza. Più volte Mechthild (seguendo lo schema ossimorico degli opposti che vengono a formare una unità significante e significativa) ha detto che In questo saluto (cioè, la visita dello Sposo), viva, voglio morire [I, 2] ma anche che, essendo la vita in umiliazione grande e perpetua lode a Dio, allora ella è ben grata di poter vivere. Questo concetto di umiltà ed umiliazione del corpo ravviva il rapporto particolare della mistica con esso, indegno in quanto non può accedere alle rivelazioni cui assiste l'anima, tuttavia sacro, perché creato da Dio e santificato dall'incarnazione di Cristo. Dunque non c'è vergogna ne' paura nell'anima che con la sua forza scende nell'inferno e sopporta la pena (nata nel cuore di Lucifero [IV, 12]) che la rafforza nella volontà. Prova timore se non soltanto in misura moderata, così come si usa provar timore nel regno dei cieli. Un rapporto intimo che affiora quando il tedesco vien meno e solo il corpo può essere veicolo di espressione. Dis kind sihe ich mit blutigem herzen an und ich nime es mit weinenden ogen an meiner sele arme [V, 8] (Questo bimbo io lo guardo con cuore sanguinante e lo prendo con occhi piangenti nelle braccia della mia anima).
E' dunque conciliabile la dicotomia anima-corpo, una polarità sempre in dinamica evoluzione, che si riflette nella scrittura di Mechthild attraverso il conio di caleidoscopiche (11) immagini che hanno la loro significazione nei due differenti livelli: è lo sforzo dell'anima di conoscere se stessa e ciò che le accade a livello razionale, poiché è proprio qui che ella non si riconosce più (ma il dolce suono del cuore deve rimanere discreto perché nessuna mano umana lo può descrivere[II, 25]).
Varietà e dinamismo anche nelle forme letterarie che Mechthild combina e intercala lungo la narrazione delle sue visioni: dopo un inizio poetico, la narrazione era continuata in prosa, ma d'un tratto l'afflato poetico si rifà potente e si rinnova in una piccola serie di versi, ognuno dei quali contiene un'antitesi.
Nel primo verso (Poiché l'anima nel suo corpo) si annuncia quella che è la fonte di tutte le antitesi dell'esistenza umana e Mechthild imposta conseguentemente la struttura del passo poetico: il polo positivo per primo (corrispondente al dominio dell'anima), poi il polo negativo (corrispondente al limite che la carne oppone allo slancio della spiritualità). Il risultato che emerge da questi versi è la sensazione, se non la consapevolezza, del limite cui l'essere umano è sottoposto continuamente. Il percorso, dice Mechthild, va dalla cima della divinità all'abisso dell'umanità: Se dunque l'anima è salita fino (…), e se è discesa nella parte più profonda possibile, allora è del tutto cresciuta in virtù e santità.
In accordo con la poetica e la tradizione cortesi, non può esserci soddisfazione al desiderio dell'anima amante, la quale deve adornarsi con i dolori di una lunga attesa prima che le sia accordato il Minneloen per i suoi sforzi e la sua battaglia contro il 'male'. E infatti in questa situazione deve permanere in fedeltà e tutto contempla con grande sapienza. Sapienza che le viene dall'indagare l'anima e quindi Dio attraverso gli strumenti che le sono concessi: il Creato (delle cose nulla le può sfuggire) e i sensi.
Su una grande quantità di piani l'opera di Mechthild è osservabile come congiunzione di opposti, ossimoro e paradosso che trova in se stesso la soluzione del proprio mistero. Come nella morte di Cristo è insita la vita, come nell'uomo esistono limite ed eternità, come la fede cristiana di Mechthild si compone di annullamento e di elezione a sposa del Signore, così nel limite linguistico della metafora troviamo il superamento di tali opposti: la traslazione del significato umano e terreno della parola in qualche cosa di astratto e spirituale, la trasformazione dei sensi in servitori dell'anima e della sua divinità, assenze (quella di Dio ai sensi prima di tutto) che diventano evidenza di presenze.

NOTE

  1. "Alla metafora della luce è legata quella del fuoco, antichissimo simbolo della divinità: in Egitto il culto religioso era imperniato intorno al sole, nella religione persiana di Zoroastro il fuoco aveva una posizione dominante" (P. Schulze Belli). Aggiungo che per la religione ebraica il fuoco segnala la presenza di Dio (ad esempio L'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Es 3) e per quella cristiana fin dalle origini esso è simbolo anche dello Spirito Santo (Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo Att 2,3-4).
  2. Cfr. la punizione divina nell'inferno per chi volontariamente rinuncia a Cristo in III, 21: I Cristiani si lamentano ancor più,/ ché per causa della loro stessa volontà/ hanno perduto il grande onore/ cui Cristo li aveva eletti con amore.
  3. L'imitatio Christi è uno stato frequente di contemplazione mistica: il verificarsi dei segni della Passione di Cristo nel corpo dei mistici è segno di profonda partecipazione alla sofferenza della crocifissione.
  4. In I, 7 Mechthild scrive: Io maledico te:/ …il tuo cuore deve sciogliersi,/ la tua anima deve salire,/ il tuo corpo deve rimaner qui,/ i tuoi sensi devono passare…
  5. Credo sia da tenere presente anche la tradizione ebraica dell'innominabilità del nome di Dio (ha-shem, il nome, è l'espressione con cui si riferiscono ancora oggi gli ebrei a Dio). Contemporaneamente la visione di Dio provoca timore, così come in Mechthild rende ciechi, a causa della sua potenza: E disse: "Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe". Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio. [Es 3,6]
  6. Nell'Antico Testamento il monte è simbolo di Dio: ad esempio in Gn 22,2 e Gn 22,14. Oppure anche in Es 3,1-6 e Es 15 e segg. Oltre anche in Sal 3, 5: Al Signore innalzo la mia voce/ e mi risponde dal suo monte santo. Poi in Sal 11, 1; 15, 1; 43, 3; 48 per citarne solo alcuni. Mentre in Mechthild, già in I, 20: Tu sei il monte che mi rispecchia.
  7. Questo era infatti il Dio dell'Antico Testamento: non è un caso che il carattere - già visibile in Mechthild per certi aspetti (il concetto della grazia divina inappellabile in IV, 3) - della confessione cristiana protestante si leghi particolarmente a questa parte della Bibbia e soprattutto ai Salmi, nei quali si loda un Dio capo di eserciti e re, che sicuramente ha affinità con la cultura germanica precristiana.
  8. In I, 2 il corpo dice all'anima: Ritorni così amabile/ così bella e piena di forza,/ così piena di significato. Inoltre in I, 28: (L'anima all'intelletto):/ Non puoi insegnarmi più nulla.
  9. Io morirei volentieri d'amore, se mi fosse possibile.[II, 2] Inoltre: Solo nel contemplarti non conosco alcun dolore [III, 5]; Ma quanto più profondamente cado,/ tanto più dolcemente mi abbevero. [IV, 12]; Quanto più a lungo è morta, tanto più gioiosamente vive [I, 22]
  10. Rallegrati anima mia, ché la tua vita è morta per amor tuo [I, 28]
  11. Sono frequenti in Mechthild anche le composizioni e le combinazioni di più immagini in una grande metafora, la cui significazione è così rafforzata.