![]() |
|||
|
Breve e modesta introduzione alla mistica tedesca medievale |
|||
|
Introduzione "Quando, nel secolo XIII, Mechthild von Magdeburg inizia a scrivere Das fliessende Licht der Gottheit, la letteratura tedesca lirica si era sviluppata da pochi secoli. La lingua (medio basso) tedesca era ancora allo stadio iniziale per quanto riguarda l'espressione di concetti profondi e complicati come quelli teologici e spirituali, che erano stati fino ad allora dominio incontrastato della ormai statica e formalistica lingua latina ecclesiastica. Fu nel secolo XII che la letteratura tedesca cominciò a sentire l'influenza di una nuova spiritualità rivolta alla fuga dal mondo, all'ostilità verso ciò che è terreno, alla mortificazione della carne e soprattutto alla spiritualità. Per esprimere questa astrazione dalla materia, fu necessario un nuovo vocabolario, fatto di termini che vanno oltre il mondo immanente, che si prefiggono l'obiettivo di esprimere ciò che è 'altro' da questo mondo e dall'esperienza semplicemente umana. |
BIBLIOGRAFIA BIOGRAFIA APPROFONDIMENTO AL CAP. V,4 |
||
|
In Provenza alla fine del secolo XI nacque, ad opera di Guglielmo IX conte di Poitiers, il canto dei
trovatori francesi. Come un secolo dopo in Italia si sviluppava la lirica del Dolcestilnovo, sotto
l'influenza diretta della lirica cortese provenzale, così sulla scia di queste letterature proprie
dell'ambiente di corte si innesta lo spirito di riforma tedesco e nasce il Minnesang, lirica
d'amore cortese. Ai tempi della riforma spirituale (1050-1170) si fa inoltre l'esperienza di una nuova predicazione, tesa all'elevazione del cosmo interiore, ad una maggiore sensibilità per quelli che sono i moti dello spirito: questo è un passaggio fondamentale per le poetiche future. Nasce in questo periodo il concetto della unio mystica, cioè l'unione spirituale dell'uomo con la Divinità attraverso la contemplazione. Da qui si sviluppa il concetto di mistica nella vita religiosa monastica e nella letteratura. Con la formazione della cultura cortese anche l'arte comincia a cambiare e soprattutto diviene autonoma rispetto alla conversione, di cui era stata fino ad allora strumento. Con la lirica provenzale e la nuova concezione del mondo, e soprattutto con la nascita del ceto cavalleresco, il mondo terreno diviene degno di essere rappresentato, sebbene sempre in relazione a Dio. Ciò provoca una dicotomia insolvibile tra la realizzazione della vita terrena e la conquista della vita eterna: 'Piacere a Dio e agli uomini' diviene il Leitmotiv del secolo XII-XIII. La letteratura, stretta tra questi due estremi, assume un carattere didattico attraverso modelli ed esempi di vita, tesi all'educazione ed alla elevazione spirituale. La poesia si sviluppa in due luoghi principalmente: a corte, con produzioni di argomento profano, ma sempre con attenzione alla salvezza dell'anima; fuori dalla corte, nei monasteri, con la produzione religiosa. Inoltre, con la nascita della società cortese e cavalleresca si formano una gerarchia e un codice di comportamento che vanno ad improntare la poesia stessa: il signore della corte, il cavaliere, la dama e la fedeltà, nonché l'onore e la misura, il desiderio, il dolore e la sofferenza, l'umiltà. Tutti concetti che ritroviamo anche nell'opera di Mechthild von Magdeburg, ma elevati a simbologia e allegoria di un mondo interiore, divino o sovrumano. Il tema principale è la Minne, cioè l'amore cortese. L'amore del cavaliere per la sua dama e il suo signore, e l'attesa - illusoria - del Minneloen (la ricompensa finale) alle imprese valorose e soprattutto alla fedeltà dimostrata del Minnedienst (servizio amoroso), altro concetto base della cultura di corte. La forma diviene molto ricercata e questo implica uno sviluppo linguistico sul piano dell'espressione astratta. Stilisticamente si fa largo uso di metafore, allegorie, espressioni tramandate dalla tradizione, formule e cliché, antinomie e paradossi. Il nome diviene l'elemento connotante dei personaggi. La Minne non è semplice amore, bensì atto di conoscenza spirituale vero e proprio - soprattutto in Mechthild - ed il Minnesang, attraverso i Minnelied (unione di testo e note, come ci dimostrano, tra gli altri, i lavori di Hildegard von Bingen), è l'annuncio di una legge morale generale e dei suoi canoni, rappresentata attraverso l'esperienza individuale ma per la sapienza di tutta la comunità universale. Il 'bello' è nuovamente espressione del vero e dell'eterno, quindi l'arte può nuovamente essere strumento di elevazione verso la Verità. Allo stesso modo il Minnesaenger, l'amante, eleva il suo amore da esperienza erotica soggettiva a esperienza oggettiva della Minne, che è sopra a tutte le cose. L'opera di Mechthild von Magdeburg si sviluppa su questa base letteraria, sotto l'influsso dell'esperienza di Bernardo di Chiaravalle, della mariolatria e dei nuovi culti mariani, delle comunità religiose femminili (soprattutto delle beghine) e della poetica del Cantico dei Cantici, dalla quale nasce la Brautmystik (la mistica nuziale). Non si sa nulla sulla vita di Mechthild (1207-1282 ca.), tranne ciò che ella stessa ha voluto farci sapere attraverso i suoi 'Zettel', i foglietti su cui trascriveva le sue visioni, e le notizie che le consorelle ed il suo padre spirituale (Heinrich von Halle) hanno inserito in tali scritti, da essi raccolti in sette libri sotto il titolo di Offenbarungen der Schwester Mechthild von Magdeburg, oder das fliessende Licht der Gottheit. Nata da una famiglia agiata ma non nobile, ricevette una buona istruzione, come risulta anche dalla complessità del valore allegorico delle visioni, avute per la prima volta a 12 anni: Indegna peccatrice, nel mio dodicesimo anno di età, mentre ero sola, lo Spirito santo mi salutò con un beatissimo fluido…[IV,2]. Con un dono simile la scelta più immediata fu quella di rinunciare al matrimonio e dedicarsi alla cura dello spirito. Per fare ciò Mechthild si ritirò, all'età di 23 anni (1230) in un beghinaggio, cioè una comunità femminile nella quale lavoro, preghiera e contatto con il mondo esterno avevano trovato un equilibrio che concedeva alle beghine la possibilità di una vita autonoma rispetto alle figure maschili. Inoltre questo tipo di comunità era accessibile a quelle donne che non potevano per nascita accedere ai conventi --generalmente destinazione delle donne di nobili origini - come sembra sia stato il caso di Mechthild, e che allo stesso tempo non sentivano la vocazione del matrimonio. Non è tuttavia da trascurare l'importanza che la possibilità di mantenere un contatto con il mondo reale ha avuto nella scelta della mistica di Magdeburgo. In sintonia con il suo tempo, ella riconosce alle proprie visioni ed alla trascrizione di queste un profondo valore pedagogico e didattico, di educazione della umanità cristiana nella sua interezza: laici e religiosi (1), uomini e donne. Nella comunità di beghine rimase per circa 30 anni, dopodiché fu costretta prima a tornare in famiglia, poi decise di ritirarsi in un convento vero e proprio, a Helfta. Fu in questo luogo che redasse il settimo ed ultimo libro della sua opera. Mechthild si avvale del consiglio di domenicani e francescani ed è nella loro guida e nelle loro prediche che ella trova la materia per il proprio accrescimento culturale e spirituale, anche se le prove dell'esistenza di Dio le trova nelle sue stesse visioni, nelle quali l'Anima, la Sposa, la Regina, si unisce in una 'mistica unione' con Cristo, lo Sposo, il Signore, l'Amato. La tradizione del Cantico dei Cantici informa la Brautmystik (e quindi la Beginenmystik), e propone lo schema dell'amore tra gli amanti astraendolo al livello dell'amore tra l'anima e Cristo, tra la Chiesa e Dio, attraverso una rielaborazione secolare della tradizione stessa. La dicotomia dell'essere umano corpo e anima si rivela in Mechthild come una fortissima tensione tra due poli, nella quale l'anima rifiuta e aborre il corpo, il quale le chiede "dove sei stata ora?" : (…) Ella risponde: "Taci assassino! Smetti di lamentarti! Voglio sempre guardarmi da te; che il mio nemico sia ferito non ci preoccupa, me ne rallegro".[I,2] E prima ancora aveva detto: "… con il mio corpo non posso lodarTi in alcun modo senza soffrirlo come un esilio e lottare contro il mio corpo". [I,2] Tuttavia, se il corpo è quel peso che trattiene l'anima dal fondersi completamente con la Divinità, è attraverso i sensi (i servitori dell'anima; oppure …i sensi, che sono i suoi camerieri [I, 44]; e ancora Questa è una rara/ e nobile via,/ sulla quale cammina l'anima fedele,/ portando con se' i sensi,/ come il vedente conduce il cieco. [I, 26]) che Mechthild fa l'esperienza del congiungimento mistico e ne rende conto all'umanità: attraverso i sensi, ma anche nel loro (umanamente) annullarsi nel momento supremo. Seguendo la tradizione della teologia apofatica dello Pseudo Dionigi, Mechthild descrive la sua esperienza attraverso parole che ne esprimono la inesplicabilità. Come Dante stesso ebbe a dire della sua 'visione mistica' del Paradiso (2): i sensi e l'anima si 'profondano tanto' nella visione, che i primi, di natura differente da quella divina, non riescono più a tenere il passo con l'anima, la quale per necessità naturale tende sempre a Dio. L'anima innocente, secondo la sua natura, emana sempre luce e splendore, ché ella era stata partorita dalla luce eterna senza pena. [III, 21]; Dio ha dato ad ogni creatura che essa viva secondo la propria natura, come mi opporrei dunque alla mia natura? Sciolta da tutte le cose devo andare in Dio, che è mio padre per natura, mio fratello per umanità, mio sposo per amore e io sua sposa, senza principio. [I, 44] Il contrasto tra questi due attori della unione, i sensi e il Divino (anima, Dio, amore, Minne…), viene espresso, poeticamente linguisticamente e figurativamente, con le figure retoriche dell'antitesi (cfr.: In questo amore legato l'anima ferita divien ricca e i suoi sensi esterni molto poveri. [II, 24]; e [I, 22]), dell'ossimoro e del paradosso (Nella forza più grande ella vien meno,/ nella luce più bella diventa cieca,/ nella cecità più grande vede mirabilmente chiaro,/ nella chiarezza più grande è viva e morta. [I, 22]). Mechthild riempie gli spazi, lasciati vuoti dalle mancanze della lingua, creando figure sempre nuove che comunichino la stessa impossibilità di esprimersi, oppure rifacendosi alla tradizione cortese e biblica. ("Ti piacerebbe essere un cavaliere armato di tutto punto, (…) che (però) fosse ignavo e trascurasse l'onore del suo signore e perdesse il suo ricco soldo e il suono della nobile lode, che ambedue, il signore e il cavaliere, devono conservare nelle loro terre?" [III, 18] oppure ancora Io vengo alla mia amata/ come la rugiada sui fiori [I, 13], che riprende il Cantico dei Cantici). Metafore, quindi, che forniscono al lettore un termine di paragone, attraverso il quale l'intelletto possa avvicinarsi al grande dono di Mechthild. Quasi 'parabole' dell'indicibile, come indicibile è l'amore tra la Sposa-anima e lo Sposo-Cristo: So geschihet da ein selig stilli nach ir beider willen. Er gibet sich ir und si git sich ime. Was ir nu geschehe, das weis si, und des getroeste ich mich. [I, 44]
QUESTA SEZIONE E' STATA REALIZZATA DA LINDALE |
|||
![]() |
![]() |
||
