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Il nulla letale di Arathorn
La storia che mi accingo a narrare non so quanto sia basata su fatti realmente avvenuti o se sia una semplice opera di fantasia, ma di una cosa voglio avvisarvi: alle volte il nulla può rivelarsi più letale della vostra più orrorifica apparizione.
Come tutti i giorni Tom si alzò a mattino già inoltrato, quando il sole era già alto nel cielo e con i suoi tiepidi raggi scaldava tutta la campagna nei pressi di Vicksburg, Alabama. A Tom non era mai piaciuto alzarsi presto, "bisogna affrontare la vita ben riposati" soleva ripetere a chi lo riprendeva per la sua pigrizia. Tom aveva terminato la scuola superiore da poco tempo ma all'università proprio non aveva voluto andarci. I suoi genitori erano morti mentre frequentava la scuola media e degli zii si erano offerti spontaneamente di fargli da tutori. In un breve cerchio di tempo la vita di Tom era cambiata radicalmente: da giovane rampollo superviziato di NY si era trovato sbattuto in quel posto dimenticato da Dio nel bel mezzo del nulla, senza di alcuna via di scampo. Ma se il mondo circostante era cambiato, lui era rimasto sempre quello di prima, pigrone, scansafatiche, lagnone. Bisognava però dargli atto di una cosa: aveva un cuore d'oro. Aveva sempre avuto tutto ciò che voleva, gli bastava schioccare le dita, ma era sempre stato sensibile verso chi aveva meno di lui. A vederlo da fuori, con la sua aria da Ebenezer Scrooge, il suo fisico insignificante, sarebbe stato difficile immaginarselo. Era semplicemente un'incongruenza bella e buona, un'incongruenza che avrebbe dovuto far sospettare che da un momento all'altro...ma non anticipiamo gli eventi e procediamo con calma.
L'estate procedeva piatta, tranquilla e serena. Zio Brent lavorava instancabilmente nel vasto appezzamento di terreno che possedeva, aiutato da qualche manovale che aveva assunto per il periodo estivo, principalmente ragazzini che avevano bisogno di qualche dollaro per divertirsi un po' o portare la ragazza al McDonald's più vicino. Tom odiava quel campo e odiava anche lo zio, sempre sporco e puzzolente di sudore misto a terra ed erba falciata, la salopette sudicia e la barba incolta e ispida. La zia Patty al momento non era in casa: era partita il mattino presto, prima dell'alba, per recarsi nella tenuta dei Nordhoff e aiutare la sua amica Terry a sbrigare le faccende di casa; sarebbe stata di ritorno per il pomeriggio. Tom era da solo in casa e probabilmente lo sarebbe stato fino l'ora di pranzo. Certo un bel buco di tempo da riempire, considerando l'assenza di amici e TV satellitare. Aiutare lo zio a lavorare proprio non gli andava, avrebbe trascorso un'altra giornata sdraiato sullo scomodo divano in salotto a leggere qualche pagina del primo libro che gli fosse capitato davanti, e magari avrebbe guardato anche un po' di TV. Questo programma non era certo esaltante, ma dato il luogo in cui si trovava era quello che più si confaceva alle sue abitudini. Lasciò la tazza del latte con il pacco di Cheerios aperto sulla tavola e si recò in bagno per darsi almeno una sistematina. Non era mai stato un ragazzo dal gran fisico, ma nei tempi migliori almeno era magro come una gazzella; da quando era approdato in Alabama si era proprio lasciato andare: aveva preso circa una decina di chili, la sua espressione era diventata ancora più beota e forse anche per questo non gli andava di uscire e cercarsi degli amici.
Varcata la soglia del bagno si appoggiò con entrambe le mani sul bordo del lavandino e si guardò disgustato, come ogni mattina, davanti lo specchio. Ogni tanto aveva qualche impennata d'orgoglio, poi quella maledetta pigrizia che lo tormentava da tanti anni prendeva il sopravvento e tutto tornava come prima.
Gnic-gnic Gnic-gnic.
Un cigolio attrasse la sua attenzione, non gli era mai capitato di sentire un suono del genere. Rimase fermo, come paralizzato, per qualche secondo per cercare di capire da dove venisse o se era stata solo la sua immaginazione.
Gnic-gnic Gnic-gnic.
Ecco, lo aveva sentito di nuovo ma non riusciva a capire cosa fosse né da dove venisse. Le dita grassocce artigliavano il bordo del lavabo, si stringevano per non perdere la presa. La fronte cominciò a essere imperlata da tante minuscole goccioline di sudore che scendevano giù per il collo fin dentro la maglia. L'espressione sulla faccia di Tom era di puro terrore, attento ad ogni minimo sibilo di vento. Lentamente cominciò a girarsi, a mollare la presa, quando una goccia di sudore cadde dalla fronte e si spiaccicò sulla porcellana bianca del sanitario cui stava aggrappato. Il semplice plick lo fece balzare ed un grido gli si strozzò in gola. Non sapeva come comportarsi. Avrebbe voluto scapparsene a gambe levate, ma se qualcuno lo attendeva proprio fuori la porta? E se avesse gridato e poi era solo la sua immaginazione, non lo avrebbero preso per pazzo? La situazione per il povero Tom era davvero drammatica quando il fischiettio caratteristico dello zio, che in un altro momento gli avrebbe dato molto fastidio, gli tolse ogni castagna dal fuoco. Quando lo zio entrò in bagno per rinfrescarsi e lo vide in quello stato gli chiese immediatamente "Accidenti Tom che hai fatto? Sembra che abbia visto un fantasma"
"No...no. Sono solo stanco zio, penso che..."
"Sai Tom, proprio di questo volevo parlarti" replicò con voce grave lo zio.
"Di cosa?"
"Della situazione attuale. Non sono molto acculturato, ma non ci vuole molto a capire che forse un po' di movimento ti farebbe bene. Ecco, ero venuto a chiederti se t'interessava lavorare un po' nei..."
"...campi!"esclamò Tom. "Sempre la stessa storia: Tom lavora di qui, Tom muoviti di qua, ma si può sapere quando la finirete?"gridò irato Tom.
"Giovanotto, sono sempre tuo zio!" replicò stizzito Brent.
"Bravo, sei mio zio, non mio padre; comportati da zio e non scimmiottare mio padre!" tagliò corto Tom e uscì frettolosamente dalla stanza.
Ecco come avvenivano le discussioni tra i due, il copione era sempre lo stesso. Lo zio rimase, come sempre, sbigottito dalla veemenza del nipote che ogni giorno diventava sempre più insofferente alle fertili pianure dell'Alabama..
Poco dopo tornò la zia Patty, con qualche oretta d'anticipo. Si presentava come una normale donna di mezz'età, i tratti del viso sfioriti da tempo che facevano immaginare una bellezza appassita e ormai avvizzita sotto il peso, talvolta estenuante, degli anni. La gioia di vivere, però, non l'aveva persa, tanto che aveva sempre un sorriso da donare a chiunque ne avesse bisogno. E dire che la vita con lei non era stata molto generosa: unica figlia femmina con sette fratelli, perse la madre quando era ancora molto piccola, o per meglio dire la madre scappò con un altro, ma come darle addosso? La piccola Patty rimase nell'inferno che il padre, alcolista e dalla mano pesante, aveva creato in casa, badando contemporaneamente ai fratelli e alla casa. Non avendo potuto studiare fu costretta a lavorare nei campi quando conobbe Brent e si sposarono. Dal loro matrimonio nacque un bambino, Jon, che morì appena pochi anni dopo la nascita per un male incurabile. Da quel momento Patty cercò di adottare un altro bambino, ma Brent si rifiutava categoricamente, cosi che arrivarono ai cinquanta senza aver avuto la fortuna di aver visto crescere proprio figlio. Ecco perché si erano offerti di tenere in custodia Tom, di trattarlo come avrebbero fatto con un figlio, ma purtroppo il cambiamento dello stile di vita era stato troppo violento per il ragazzo. Come già detto, la zia rincasò più presto del solito, e trovò il marito sbattuto sul vecchio divano dalla fodera lisa che troneggiava solitario in salotto; ogni centesimo che entrava in casa Hynek era speso con parsimonia, e nella scala di priorità i mobili occupavano l'ultima posizione.
"Ciao Brent, come va?" chiese automaticamente Patty, percependo a naso che c'era qualcosa che non andava.
"Al solito" rispose Brent senza distogliere gli occhi dallo schermo della TV. Poi avvertì nella moglie un qualcosa di strano...il profumo! Per quell'anno era stata la spesa più grossa che avesse fatto per la moglie. Era stato per il suo compleanno e...
"Allora, vuoi dirmi che succede?" incalzò Patty, sedendosi proprio accanto a lui e spezzando la catena di ricordi che una semplice nuvoletta del suo profumo aveva scatenato nella contorta mente di Brent.
Finalmente le parole di Patty fecero tornare Brent nel mondo reale, prelevandolo da quel mondo fatato che si costruiva attorno, ogni qual volta era in difficoltà.
Prendendogli dolcemente le mani e accarezzando le dita come solo una madre sa fare, Patty continuò "Si tratta di quello che penso io, vero?"
Brent mosse la testa confermando l'ipotesi della moglie e le rispose "Non so più che fare, Patty. Non so da cosa dipende, ma fra me e lui non c'è storia"
Patty immaginò un'altra litigata tra il nipote e il marito, ormai ci aveva fatto l'abitudine. Ultimamente erano diventate più frequenti, bastava uno spillo fuori posto per far scattare una molla invisibile che portava i due al litigio. Brent però non ce la faceva più, era convinto di non essere nemmeno un buon educatore per il nipote e si sentiva addosso il peso della sorella Mary, a cui aveva sempre voluto bene e sulla cui tomba aveva giurato che il figlio sarebbe stato in buone mani.
Patty non volle sapere nemmeno l'oggetto della discussione, rimase silenziosa a fissare il sole luccicante che poco a poco scompariva oltre la linea dell'orizzonte, proiettando sui campi, e tutt'intorno, ombre lunghe e deformi, quasi fossero opere di un bambino così piccolo da non saper tenere una matita in mano.
Dopo il battibecco con lo zio, Tom era salito in camera sua, per cercare di riordinare le idee. Aveva subito chiuso la finestra, il riverbero del sole al tramonto gli dava fastidio, e si era infilato le cuffie. In questo modo pensava di essersi isolato dal mondo esterno e di essere entrato in un mondo che gli apparteneva, il mondo di Tom, dove poteva fare tutto ciò che gli passava per la testa. Anche se litigavano spesso, in fondo Tom e lo zio erano molto simili dal punto di vista caratteriale. Il volume dello stereo era al massimo, la porta chiusa, la penombra fitta e densa, quando di nuovo un gnic gnic gli salì su dalle orecchie fino al cervello. Si stava appisolando, ma quando udì nuovamente quel cigolio sinistro aprì gli occhi di scatto, come se fossero stati caricati a molla. Dapprima pensò che era impossibile, con il volume al massimo non avrebbe sentito nemmeno le cannonate. Pensò che forse era stato un difetto nel nastro, ma quando percepì chiaramente gnic gnic non ebbe dubbi: era lo stesso, tremendo cigolio che aveva sentito prima nel bagno.
Nuovamente il terrore lo invase: che fare? Cercò di calmarsi, di pensare a qualcosa di bello, ma quel suono stridulo continuava incessante a martellargli la mente: ora che ci pensava sembrava proprio lo stridore che di solito provocano le scarpe con le suole di gomma contro il pavimento. Tom però sapeva anche che la zia non permetteva a nessuno, ma davvero a nessuno di entrare in casa con le scarpe di gomma: sosteneva che quelle suole portavano in casa tonnellate di terra e pietrisco. Allora c'era qualcun altro in casa oltre loro tre?
Tom vedeva le luci accese da sotto la soglia della porta: possibile che la zia e lo zio non si fossero accorti di nulla? Se lo sentiva lui con le cuffie, come facevano a non sentirlo al piano di sotto? Il ragazzo abbassò lentamente il volume, finché nella stanza non si sentì più volare una mosca: in quello stato poteva sentire anche i discorsi fra lo zio e la zia, il frusciare delle fronde degli alberi, il sibilo leggero della brezza serale. Come per magia, il cigolio era finito.
Da qualche minuto il tempo era colato giù lentamente, tanto che a Tom sembrava di aver vissuto un periodo di catalessi: solo ora sembrava risvegliarsi. Si convinse che era stato tutto un sogno, quando d'un colpo il cigolio tornò, incessante, ancor più forte di prima.
"Basta! Basta, basta, basta!" sibilò Tom tra i denti. Ora era più deciso che mai ad accertarsi di che cosa si trattasse. "Se di giù non lo sentono o fanno finta di non sentirlo, ci penserò io. Lo zio vedrà di cosa sono capace."
Alimentato da questi pensieri, si alzò piano piano dal letto, per non far cigolare le vecchie e rumorose molle. "Se c'è qualcuno in casa, lo coglierò di sorpresa". Più considerava tutti questi fattori, più il cigolio aumentava per ritmo e intensità, quasi per sfidarlo. Tom non era certo un tipo avventuroso, ma quello strano cigolio aveva fatto scattare nella sua testa una molla speciale, aveva acceso un interruttore che gli aveva completamente cambiato personalità. Passando davanti alla scrivania afferrò l'oggetto più pesante che trovò, un vecchio fermacarte, e ciò fatto aprì la porta. Ora lo scricchiolio si era attenuato, ma era ancora ben distinguibile.
La famiglia Hynek non era mai stata danarosa, ma le terre non erano mai mancate. Ecco perché si ritrovavano in una casa non certo accogliente, ma molto, molto grande. Al piano superiore, caratterizzato da un ampio e suggestivo corridoio pitturato di blu chiaro, si trovavano qualcosa come una decina di camere, e questo perché quello stabile, nei piani iniziali di Bent, doveva essere un piccolo albergo. In seguito, per vari motivi, non se ne fece più nulla, e agli Hynek era rimasta questa casa immensa. Appena Tom era arrivato, gli era stato accordato il permesso di entrare in tutte le stanze, tranne che in una: la seconda a destra a partire dalla sua stanza. Brent era stato categorico: "Lì non si entra". Il motivo è facile da intuire: quella stanza era stata usata dal piccolo Jon, prima che l'affilata mannaia della Vecchia Signora si abbattesse su di lui. Da quel momento, nessuno più era entrato in quella camera, nemmeno per fare le pulizie, e così avrebbe dovuto continuare ad essere.
Il corridoio era buio, le luci mancavano giacché quelle stanze non sarebbero più dovute essere usate per gli ospiti: perché illuminarle? Tom andava avanti a tentoni, figurandosi il luogo nella mente, ricordandosi di quando lo aveva esplorato con la luce del mattino. Un groppo gli si era formato in gola, gli sembrava difficoltoso addirittura inghiottire. Ogni tanto si girava verso la zona abitata, vedeva una calda luce che proveniva dal piano inferiore, sentiva gli zii che discutevano animatamente, percepiva la vita. Davanti, invece, vedeva solo buio, sentiva freddo e desolazione, paura e morte. Lo stridio intanto si faceva sempre più forte, segno che stava andando nella direzione giusta. Ogni tanto malediceva qualche tavola di legno che scricchiolava sotto il suo peso, oltre a prendersi un bello spavento.
Ora si trovava proprio davanti alla stanza proibita, l'unica in cui non era mai potuto entrare. Sembrava che lo stridio venisse proprio da lì dentro. "Ma come è possibile?" pensò Tom. "Nessuno può entrare e la finestra e sbarrata dall'interno". Proprio in quell'istante il cigolio aumentò vorticosamente, come se invece di una persona ne stessero passeggiando una cinquantina.
La tensione era visibile nei tratti del giovane Tom: i muscoli tirati come corde di violino, il respiro rotto ed affannoso, la mano che portava il fermacarte scossa da continui spasmi. Si girò più volte verso il piano di sotto, forse scappando sarebbe potuto essere lì in cinque secondi. Non riusciva, però, a fare un passo, una forza misteriosa lo attirava verso la stanza. Lo stridio era sempre più forte, ora era diventato assordante, doveva capire chi o che cosa lo provocava. Sentiva che la testa stava per esplodere, se non avesse aperto entro cinque secondi quella maledetta porta la testa gli si sarebbe fusa completamente.
Dette un ultimo sguardo verso il piano di sotto, sapeva che gli zii non avrebbero approvato, ma non poteva continuare così, doveva scoprire la fonte di quel cigolio. Inspirò per l'ultima volta, tese la mano verso la maniglia, lo stridore era ormai insopportabile, spalancò violentemente la porta e si buttò dentro a occhi chiusi gridando come un pazzo, fendendo l'aria con il pesante fermacarte che aveva in mano; nonostante ciò continuava a sentire ben distinto lo stridio, sovrastato dalle sue urla. Aprì gli occhi continuando a gridare e a correre per la stanza, ma non vide nulla: la stanza era completamente vuota. In quel momento rrivarono gli zii allarmati, e lo trovarono accasciato nel centro della camera, in preda ad una crisi di convulsioni, gli occhi rovesciati, con una schiuma bianca che gli colava dai lati della bocca...
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