Aliens

di Arathorn



"Devo sbrigarmi. Tra poco saranno qui" Questo unico pensiero frullava come un mulinello nella testa di Joe. Il respiro era irregolare, ogni battito del cuore sembrava un colpo di cannone scagliato con assurda violenza dal suo esile torace, gli occhi sembravano voler schizzare fuori dalle orbite, il corpo era interamente intriso del sudore che gli scorreva giù dalle tempie fin sulle braccia, le gambe, un po' per stanchezza e un po' per paura, non volevano più reggere il peso del corpo. L'edificio in cui Joe si era rifugiato era illuminato appena da poche lampade al neon, le finestre erano tutte annerite, il rischio di sbattere contro qualcosa era più che teorico. L'aria stantia pungeva le narici di Joe, che avrebbe voluto farla finita lì, ora. Non ce la faceva più a scappare. Non ne aveva più la forza. Cercava disperatamente una pistola, apriva e richiudeva violentemente tutti i cassetti, mentre cercava di asciugare con la manica della camicia il sudore che dalla fronte gli ricadeva sugli occhi. "Devo sbrigarmi. Tra poco saranno qui" questo pensiero si faceva sempre più martellante nel suo cervello, e gli sembrava di reggere sulle spalle il peso del mondo intero. Improvvisamente il ginocchio incocciò qualcosa di duro, di cui Joe ne ignorava completamente l'esistenza. Al buio, cercò a tentoni ciò su cui aveva battuto, mentre le ginocchia, ormai troppo stanche per sorreggere il peso del corpo, cedettero violentemente con uno schiocco sinistro, e Joe non poté fare a meno di urlare di dolore. La gola gli stridette come può fare un punteruolo su una lavagna, ma il dolore del ginocchio era incommensurabilmente superiore a quello della gola. "Devo sbrigarmi. Tra poco saranno qui." Quel piccolo incidente di percorso lo aveva momentaneamente distratto dall'unico pensiero che lo assillava da circa mezz'ora, cioè da quando era rifugiato in quel luogo. Tentò di rialzarsi, ma il dolore alle ginocchia non gli permise nemmeno di mettersi in posizione eretta. Cadde nuovamente sul freddo pavimento, con un tonfo sordo. Capì subito che in quella posizione e in quel luogo l'ormai esile fiammella della sua vita si sarebbe inesorabilmente spenta. Il pensiero che fino ad allora gli aveva martellato incessantemente il cervello si frantumò in un attimo, poiché ormai Joe era ben conscio della fine che lo aspettava. Il buio sembrava dargli sicurezza, ma era solo una sicurezza effimera. Sapeva bene che buio o non buio i Predator lo avrebbero individuato ed eliminato alla loro maniera. Almeno come avevano eliminato la sua famiglia e i suoi compagni. Nella disperazione frugò accanitamente nei cassetti della scrivania ai piedi della quale giaceva inerme. Al buio era costretto ad andare a tentoni, e non riusciva a capire cosa fosse ciò che prendeva in mano. Si girò su un lato e, come una lampadina che illumina improvvisamente i meandri più bui del cervello, una luce bianca e calda proruppe dalla tasca posteriore del pantalone. Involontariamente aveva azionato la pila tascabile che si era portato dietro, una delle poche cose che aveva salvato dallo sterminio. Si maledisse per non essersi ricordato di averla con se: non si sarebbe ritrovato in quella condizione. La storia, però, aveva fatto il suo corso e nessuno aveva il potere di rimandare indietro le lancette dell'orologio. Allungò la mano fin dentro il cassetto e trovò, oltre molte cianfrusaglie, un pezzo di carta, oppure erano più fogli, oppure era un fascicolo. Lo trasse con la mano che gli tremava dalla stanchezza e vi rivolse contro il fascio di luce. Ebbe un fremito quando scorse il titolo "Fascicolo Predator. Top secret". Evidentemente era in un edificio militare o governativo. Provò a sfogliare il fascicolo e notò subito che era una sorta di diario di bordo, in cui qualcuno aveva annotato le tappe principali che avevano portato a quello sterminio di massa. Andò filato al primo capitolo e l'intestazione era "27 maggio 2959". Seguiva un breve testo, scritto con un carattere lungo e affusolato, che invogliava alla lettura. "Il 27 maggio del 2959, vicino alla cittadina di Little Rock, in Arkansas, un oggetto volante non identificato si è schiantato a terra. È stato stabilito che CIA ed FBI insabbiassero tutto, mentre l'astronave e gli alieni, due in tutto, sono stati trasportati in una base segreta del Nevada, per eseguire studi approfonditi." Tutto. Sapevano tutto e non hanno fatto nulla. La curiosità di Joe si tramutò in ira. Ira verso chi sapeva e non ha mai fatto nulla. Saltò qualche altro paragrafo e continuò a leggere "…il 14 agosto 2980 un congegno sull'astronave si è misteriosamente azionato, emettendo dei segnali sonori ad intervalli regolari. Nessuno è riuscito a capire cosa potesse significare. Gli studi continueranno finché gli scienziati non avranno capito tutto ciò che c'è da capire su questa astronave." L'ira si tramutò in furore. Era stanco di leggere informazioni che, se divulgate in precedenza, avrebbero potuto salvare migliaia, forse milioni di persone. Saltò all'ultimo paragrafo, che riportava come intestazione "18 ottobre 2990." Lesse avidamente, anche se era una storia che conosceva già "tutte le più grandi città del mondo, da Los Angeles a Tokyo, sono state oggetto di aggressioni aliene. Ogni mezzo usato per salvarle si è rivelato vano. Neppure le bombe atomiche hanno avuto effetto sulle corazze delle immense astronavi. Queste, simili a quella rinvenuta a Little Rock, hanno una potenza distruttiva tale da radere al suolo Tokyo in pochi minuti. Immediatamente dopo gli attacchi, miriadi di alieni, simili nelle fattezze a quelli conservati nel Nevada, scendono sul suolo per completare l'opera distruttrice delle astronavi." In quel punto il fascicolo terminava, come se chi lo stesse scrivendo fosse stato preso da altre incombenze. Ora, però, sapeva tutto. Sapeva che i Predator erano stati richiamati dal segnale dell'astronave nel 2980, e sapeva che il gruppo di resistenza umana, attivo dal 2990 e decimato negli ultimi anni, era destinato a soccombere. Bastava mettere il naso appena fuori di casa per costatare che la civiltà umana era ormai scomparsa. Le case erano ridotte a cumuli di macerie, tombe per milioni di persone; ogni albero era stato carbonizzato e divelto; per le strade ammassi di auto bruciavano lentamente, mentre delle immonde bestie, con un fucile laser in mano, giravano per ogni dove. Ed erano state quelle bestie che, con quei fucili, avevano orrendamente mutilato la sua famiglia e tutti i suoi compagnia della Resistenza. Solo grazie alla fortuna era scappato e si era rifugiato in quell'edificio. Mentre cullava impossibili sogni di vendetta, la porta venne divelta, ma lui non se ne curava più era immerso nei suoi pensieri, fin sopra i capelli, e non aveva più paura di morire, nemmeno per mano dei Predator. Aveva fatto ciò che aveva potuto, ma ora era giunto il capolinea, e non gli era concesso fare marcia indietro. La storia aveva fatto il suo corso. Con gli ultimi bricioli di forza si alzò, allargò le braccia e gridò con tutto il fiato che aveva in corpo "Non ho paura di voi." I due Predator senza fargli nemmeno finire la frase, scaricarono sul corpo del poveretto tutta la potenza distruttiva dei laser. Joe cadde a terra in mezzo ad un mare di scintille, ma non morì subito. Ebbe appena il tempo di guardare in faccia le due bestie immonde che gli stavano davanti, e digrignò tra i denti "Potete anche uccidermi, tanto noi uomini saremo sempre più forti di voi!"