La schiena

di Enrico Roncarati



La fresca temperatura della casa gli procurò un brivido lungo la schiena sudata. La sensazione era gradevole, dopo la soffocante calura del campo, ma doveva cambiarsi alla svelta o quella notte avrebbe rischiato di non dormire. Quella benedetta schiena! Perchè lui, nonostante gli anni, si sentiva forte come quando era ventenne e partigiano, che allora camminava dalla mattina al tramonto su per i monti svelto come un gatto. Le gambe lo tenevano ancora bene e quanto alle braccia: provassero quei signorini, che arrivavano per il fine settimana con macchinoni lunghi da qui a là, a farle lavorare come le sue! Ma quella schiena, prima ogni tanto ma ora sempre più spesso lo faceva bestemmiare per il dolore. Come se non bastasse ci si metteva anche sua sorella, la cittadina, che gli ripeteva in continuazione di smettere di lavorare il podere. Perchè era già avanti con gli anni ed era meglio che lassù ci passasse solo l' estate. Che restasse lei in quella gabbia di matti! Lei e quell' altro, il marito. Il cognato affarista che se avesse camminato di più invece che pensare a fare soldi, adesso non dovrebbe prendere tutte quelle pillole.
Si era tolto la camicia e aveva indossato una magli di lana con le maniche lunghe. Non voleva apparecchiare per la cena, dalla credenza prese un bicchiere e lo riempì di vino rosso. Stava per sedersi quando il dolore, una lancinante pugnalata, lo colse all' improvviso nello stesso punto. Bestemmiando si appoggiò al tavolo con una mano, poi, tenendo il busto proteso in avanti, con l' altra cercava di massagiarsi all' altezza dei reni. Il dolore passò rapidamente lasciandogli il ricordo della sua intensità. Ancora appoggiato al tavolo, spossato, pensò di non avere mai sofferto un simile strazio. Forse solo quando, molto tempo prima, si era preso quell' infenzione là in basso. Quella volta c' era proprio dovuto andare dal dottore, ogni pisciata era un incubo, e dire che quella signorina sembrava così pulita.
Vuotò d' un fiato il bicchiere e, rinfrancato, iniziò i preparativi per la cena. La telefonata lo colse mentre stava facendo sciogliere il formaggio nel tegame, dove cuocevano due uova. Era sua sorella, del resto con gli amici dell' osteria non avevano mica bisogno di telefonarsi: al mattino sapevano già dove si sarebbero visti la sera. Aveva insistito lei perchè montasse l' apparecchio, una bella spesa e non lo usava mai. Ma le donne, questo lo sapeva anche se non ci aveva avuto troppo a che fare, volevano sempre avere ragione. Eh, ma la cara sorella non l' avrebbe spuntata col podere. Lui ci era nato lì, lei no, e questo voleva dire molto, poi ci aveva anche combattuto. Lì era trascorsa la sua vita e mai, nemmeno per un momento, aveva desiderato viverla altrove. Su quei campi aveva sparso sudore e bestemmie, ma non c'era stato nessuno a dirgli cosa doveva fare. Molti suoi compagni della brigata partigiana, giovani saldi e forti come rocce, dopo la guerra erano andati in città. La fabbrica, vita migliore, meno fatica, le ferie, che lassù non si facevano mai. Li aveva visti andarsene uno ad uno consumati lontano dalla loro terra, ci erano tornati solo per farsi seppellire. Fin da bambino sapeva che il podere sarebbe stato la sua vita, doveva essere così, non poteva mica lavorarlo sua sorella. Certe cose sono e basta, non era il caso di farci tante chiacchere. E anche di una moglie non aveva mai sentito il bisogno, si sapeva badare da solo e quando voleva sfogarsi sapeva dove trovare un po' di piacere senza pensieri.
Il podere era la sua vita, come lo era stata per i suoi. Nella stanza in cui si trovava aveva messo lui il padre nella bara, là vicino al camino, lo aveva portato a braccia dalla camera da letto perchè il corridoio era stretto e la cassa non passava. Mamma invece gliela avevano fatta morire lontano. In città l' avrebbero curata bene, dicevano, ma con l' ultimo respiro pregò che la riportassero a casa. Lui non avrebbe mai lasciato il podere, lo aveva ripetuto con veemenza al telefono. Il prossimo sabato la sorella sarebbe venuta a trovarlo, le voleva bene ed era contento di quella visita, ma gli aveva detto che sarebbe stato con loro anche un amico del marito. Bella roba! Un altro signorino incravattato che avrebbe storto il naso vicino alla stalla, badando a non sporcare di letame le scarpe lucide.
Dopo aver sciacquato alla svelta il piatto e il tegame, si infilò una camicia di flanella sopra la maglia di lana. Mentre chiudeva la porta rimase immobile un istante: nessun dolore, quelle fitte terribili sembravano solo un lontano ricordo. Sollevato, diede al cane la scodella con i maccheroni rimasti dal pranzo e si avviò verso il paese. Fu una buona serata, scivolata via fra briscole, fumate e quartini di vino. Si sentiva di buonumore, mentre rincasava sulla strada sterrata illuminata dalla luna.
Persino la visita del prossimo sabato gli sembrava meno sgradita, comunque avrebbe rivisto la sorella e quanto al resto; sapeva bene quello che doveva dire.
Lo spinone abbaiava insistentemente, lo aveva sentito tornare e chiedeva un po' di attenzione. Era una bestia eccezionale il suo cane, nonostante il desiderio di correre incontro al padrone non si avvicinò finchè non sentì il richiamo. Solo allora, sicuro di poter dare libero sfogo al suo affetto, posò scondizolando le zampe anteriori sulle mani tese. Era splendido il suo spinone.
Fu un istante, la fitta lo colse all' improvviso con un dolore lancinante che gli mozzò il respiro. Lasciò il cane che, quasi avesse capito che qualcosa non andava, si accucciò immobile e silenzioso.
Il dolore ora era continuo e spasmodico, gli impediva di ragionare. Aveva un solo pensiero: entrare in casa. Una sensazione istintiva che le pareti domestiche lo avrebbero protetto da quella terribile sofferenza. Mentre cercava la chiave si accorse che stava pregando. Lui che aveva sempre citato Dio solo nelle sue imprecazioni, ora stava pregando. Che almeno quel dolore cessasse per qualche istante, che potesse tornare a respirare regolarmente. Varcata la soglia lanciò un grido, gli mancarono le gambe e si trovò in ginocchio di fronte al tavolo. Improvvisamente fu colto dal panico, si sentì perduto. Doveva rialzarsi, cercò di avvicnarsi al tavolo per avere un punto d' appoggio. Lentamente, il dolore non lo abbandonava anzi pareva crescere di intensità, alzò il braccio sinistro per afferrare il bordo del tavolo. Poi quel ricordo, che come un torrente impetuoso ruppe gi argini dell' oblìo e tornò vivido nella sua mente. La strada buia e deserta, l' esile figura infagottata in un cappotto troppo grande che gridava disperata un rifiuto. Mentre il sudore gli inondava il volto, rabbrividì al ricordo dell' impulso bestiale di colpirla al ventre che aveva represso all' ultimo momento. Con gi occhi sgranati guardò la mano alzata come a cercare un impossibile aiuto, quella mano, la sua, che aveva afferrato con violenza il braccio di lei, gli sembrò di risentire la carne soda sotto la sua presa. Poi quegli occhi, quello sguardo che credeva di aver dimenticato lo attraversò come una lama. Nello stupore di quel viso comprese la ragione della sua solitudine. Ma perchè in quel momento? Perchè all' apice della sofferenza fisica doveva provare anche il dolore della coscienza? In ginocchio, con le mani sul tavolo, cominciò a piangere invocando un nome.