Niall mirò dalla finestra il paesaggio circostante. Era una notte chiara e pulita, senza nuvole. La luna illuminava i boschi a giorno, e stagliava nettamente i profili delle montagne ad est. Decise di uscire dal rifugio per fumarsi la pipa.
Si fermò sulla soglia dell'abitazione per chiudere meglio il mantello di pelle e tirare su il cappuccio. Era autunno inoltrato e presto avrebbe nevicato. L'aria era fredda e limpida, quasi tagliente. Chiuse la porta dietro di sé e mosse qualche passo nello spazio antistante la baita. A dir la verità non aveva sonno quella sera. Quasi quasi sarebbe andato a fare un giretto nel bosco. Così, tanto per fare…L'atmosfera era tranquilla e silenziosa. Qualche gufo in lontananza lanciò un richiamo che si perse nell'immensità della valle.
Niall tirò una boccata e guardò nella direzione del gufo. Vide la catena montuosa cominciare all'orizzonte e man mano ingigantirsi sulla sua destra. I picchi, insignificanti in lontananza, si ergevano alti e maestosi sopra la sua baita di legno. In quella notte nero pece erano addirittura inquietanti.
Sarebbe salito su quelle montagne il giorno seguente, in ricognizione. Arrivato al passo in giornata, avrebbe raggiunto di nuovo il rifugio la sera stessa. Il sentiero principale si snodava per un breve tratto nel bosco, dopo di che cominciava l'irta e sassosa pietraia del canalone principale. Salendo a zig-zag lungo il percorso si arrivava al passo dell'Hadras-Muir.
Si voltò e diede un'occhiata alla massa grigia della foresta sotto di sé: la sola cosa che celava il villaggio alla sua vista.
Conosceva molto bene quei luoghi. Era la zona sotto la sua sorveglianza e non succedeva cosa che lui non notasse: un albero abbattuto dall'ultimo temporale, un nuovo animale che si era introdotto nel territorio, la crescita più o meno normale dei funghi. Era cresciuto in quei boschi e il suo sogno era di diventare ranger. E così fu. Fin da ragazzino passava giornate intere tra gli alberi e sulle montagne dell'Hadras ad arrampicarsi sui massi o ad esplorare tracce di sentiero. Quando divenne adulto non gli ci volle molto per diventare il ranger migliore della zona. E anche se la gente del villaggio lo considerava un po' troppo solitario e taciturno, era comunque ben voluto. La cortesia e la gentilezza erano sempre presenti nelle sue poche parole e nei suoi gesti quotidiani.
Per lui ispezionare il territorio di sua competenza non era affatto gravoso. Anzi, amava muoversi in continuazione e magari incontrare alcuni dei suoi colleghi lungo la via. Pensò che i suoi 33 anni fossero spesi bene e non chiedeva di meglio dalla vita.
Tirò una boccata dalla sua pipa e subito lo vide. Un lampo di fortissima intensità catturò la sua attenzione. Qualche secondo dopo sentì un boato fragoroso e lontano, come uno scoppio. Poi più nulla.
Si precipitò nella baita e prese il suo equipaggiamento. Uscì e si mise a correre nel buio, nella direzione dello scoppio.
Saranno poche miglia in linea d'aria, ma dannatamente di più via terra. Il suo pensiero correva veloce e regolare quanto lui. Qualcosa era accaduto nei boschi all'orizzonte, ma non aveva la più pallida idea di cosa fosse. Non aveva visto tracce di esseri umani da quelle parti, né di cavalli. Cosa aveva potuto provocare quell'esplosione? Quello che più lo inquietava era stato il lampo: un lampo proveniente dal bosco era tutto tranne che naturale.
Magia.
Non voleva pensarci, ma era molto probabile che qualcuno (e non qualcosa) l'avesse creato.
Magia.
Inciampò in una radice e per poco non cadde a terra. Si fermò con il fiato corto. Stava andando troppo veloce e lo zaino lo intralciava. Estrasse la borraccia e bevve un sorso. Riprese fiato, mettendosi in ascolto. Gli animali avevano ripreso il loro vociare: buon segno. Estrasse una torcia e l'accese. S'infilò lo zaino sulle spalle e ripartì con passo sostenuto. Continuò così per cinque minuti buoni, fino a quando non s'imbatté nei primi alberi sradicati.
Ad una rapida occhiata alla luce del fuoco sembravano essere stati travolti da qualcosa. Non c'erano segni di bruciatura, ma i tronchi erano devastati e molti rami erano a terra. Proseguì con passo più circospetto: più avanzava più il terreno era smosso. Spense la torcia perché la luce della luna era sufficiente, e perché era troppo visibile ad eventuali nemici; anche se i richiami degli animali facevano ben sperare in fatto di presenze estranee.
Fu allora che lo vide con la coda dell'occhio: e quando si voltò di scatto per guardare meglio era già sparito. Rimase immobile qualche istante per sentire il suo fruscio che si perdeva nel sottobosco.
Che diavolo ci fa un lupo così in basso?
Ne era sicuro: aveva visto un lupo comparire per la frazione di un secondo. Aveva il manto argentato che, in quella luce pallida, risplendeva come metallo. L'aveva intravisto, come una fugace apparizione.
I lupi non si addentrano così nella foresta. Stanno più su.
Proseguì con passo felpato verso la radura davanti a lui. Giunse ai bordi e si fermò. C'erano parecchi tronchi al suolo e la terra era stata rivoltata come un guanto: molta confusione e niente fumo. Dalle tracce ben visibili tutt'attorno sembrava che qualcosa di improvviso e devastante fosse accaduto. Qualcosa che era scomparso però.
Ci siamo. Deve essere successo qui.
Non fece in tempo a formula quel pensiero che il suo occhio percepì la presenza di un essere vivente tra le macerie degli alberi. Da quella distanza non sapeva dire se fosse un animale o un essere umano. Sfoderò la spada e diede un'occhiata più da vicino. Il cuore gli batteva a mille e tutti i suoi sensi erano acuiti dalla tensione. Era così nervoso che ogni piccolo rumore poteva farlo saltare. Quando fu vicino un debole gemito lo spinse a guardare bene. La sorpresa fu talmente grande, che si dimenticò del resto. Si sarebbe aspettato di tutto tranne quello.
C'era un elfo che giaceva a terra, mezzo sepolto dai tronchi.
Oh Dei! Ma questa è una femmina!
Non aveva mai visto elfi nella sua vita. Sapeva che esistevano certo, ma non in quel regno. In quella porzione del continente, gli elfi erano favole per bambini, esseri fatati e irreali. L'averne uno (o meglio una) davanti agli occhi ebbe il potere di paralizzarlo.
Era l'essere più bello che avesse mai visto. Aveva i lineamenti fini e cesellati, testimoni di una bellezza fragile ed eterea, quasi impalpabile. I capelli bianchi sembravano fili argentei sparsi sul terreno: non ne aveva mai visti di un colore così candido e puro, neanche sulla testa delle donne più anziane.
L'elfa girò il capo verso di lui e aprì gli occhi. Fu come cadere in due ampolle di acqua di mare. Erano sì verdi, ma con tante venature iridescenti che li rendevano come la superficie del mare: in perenne movimento.
Lui non seppe mai descrivere la bellezza di lei. Nessuno ci riusciva. Alderic gli aveva insegnato che, quando si guardavano gli elfi, li si vedeva distintamente come qualsiasi altra creatura. Ma nel momento nel quale si staccavano gli occhi, l'immagine si annebbiava nella memoria e non sarebbe più stato possibile ricostruirla. Restava un ricordo vago, come una lieve impronta di qualcosa di magnifico ma indescrivibile e impossibile da catturare. Un'immagine mai cristallizzata nel tempo e nello spazio, ma fluida, in perenne movimento.
Ora c'era sangue sul viso di lei, rosso come quello umano e fu questo a riscuoterlo.
Devo portarla via di qui.
Fece non poca fatica a spostare il ramo che le gravava sulle gambe e non gli ci volle molto per vedere la causa di tanto dolore. Il fianco destro della creatura era una pozza di sangue. Lei gemette e lui la guardò. Quell'espressione di sofferenza gli fece una pena indicibile. Le si inginocchiò di fianco e le posò una mano sul capo:
"Non preoccuparti." Le mormorò piano:
"Te la caverai." Si levò lo zaino dalle spalle e si mise a cercare l'occorrente. Stracciò la tunica e scoprì lo squarcio dal quale usciva il sangue. Non avrebbe potuto medicarla lì. La ferita era troppo profonda e aveva bisogno di alcune erbe che teneva alla baita. Si mise a tamponare la ferita e a fasciarla ben stretta. L'elfa sussultò e lanciò qualche debole grido di dolore, ma lui non ci fece caso.
Mi dispiace, ma non posso fare altrimenti.
Quando ebbe finito le parlò:
"Ora ascolta. Capisci la mia lingua?" L'essere lo guardava con occhi annebbiati e assenti. Il respiro era affannoso:
"Ti devo portare con me. Cercherò di non farti del male, ma tu non morire va bene?" L'elfa non rispose. Continuava a guardarlo. Lui prese una coperta dallo zaino e l'avvolse intorno al corpo fragile. Si mise lo zaino sulle spalle e si chinò su di lei per prenderla in braccio.
Bene. Non pesa niente.
Se qualche nemico fosse sbucato all'improvviso, li avrebbe assaliti e uccisi tutti e due senza fatica. Ma non ci pensava. L'unica cosa che contava ora, era portarla al rifugio. Una volta lì sarebbe stata salva.
Camminò veloce cercando di muovere il meno possibile l'essere che portava tra le braccia. Sentì passi e fruscii dietro di loro, nel buio della notte, ma non poteva girarsi o fermarsi per controllare.
A diavolo! Se vogliono attaccare che lo facciano.
Ma nessuno li assalì alle spalle. Tuttavia c'era una presenza che li seguiva da vicino, li teneva d'occhio senza essere visto. Lui la percepiva fortemente.
Se solo riuscissi ad arrivare a quella stramaledetta baita...
Si tranquillizzò solo quando, tra gli alberi, una sagoma argentea apparve per un istante. Ora sapeva chi li stava spiando.
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