Lei aprì gli occhi lentamente e ci mise qualche momento per mettere a fuoco. La sua mente cominciò a realizzare piano la situazione. Era in un posto sconosciuto, distesa su un letto morbido, sotto calde coperte.
Dove sono?
Si sentiva intontita e spaesata. Riuscì a malapena a girare il capo per vedere meglio. Capì di essere molto debole.
Non aveva mai visto quel luogo dal tetto e dalle pareti di legno. Dalla finestra la pioggia ticchettava e bagnava i vetri. Una porzione di cielo bianco era tutto ciò che vedeva del mondo esterno. All'interno, intorno a lei, l'ambiente era piccolo ma pieno di cose: coperte, un giaciglio, vettovaglie e scorte alimentari. Un tavolo piuttosto grande con due sedie e un camino che ardeva scoppiettante. Era una tipica costruzione umana. Cercò di sollevarsi per capire meglio dove si trovava, ma un dolore lancinante al fianco destro glielo impedì.
Dannazione. Sono proprio a pezzi.
Chiuse gli occhi e cercò di riprendere fiato. La testa le girava.
Come mai non c'è nessuno? Chi mi ha portato qui?
Si guardò intorno in cerca di indizi. C'era uno zaino semi disfatto sotto la finestra e una pentola scoppiettava sul fuoco. Riconobbe alcune erbe medicinali sul tavolo. Ed era proprio l'odore di... Ad impregnare l'aria.
Chiuse gli occhi di nuovo. Il dolore al fianco stava aumentando.
La porta si aprì lasciando entrare una ventata di aria gelida e umida. Vide un uomo entrare con pezzi di legna tra le braccia. Chiuse la porta e la guardò:
"Buongiorno." Appoggiò la legna vicino al fuoco e si tolse il mantello bagnato. Si girò verso di lei e le si avvicinò. Era un umano, maschio, abbastanza giovane. Aveva i capelli neri, legati in una coda e la barba incolta ma non lunga. Aveva un'aria selvaggia e mite. La corporatura robusta, tipica di chi vive all'aria aperta la maggior parte del tempo, le diede l'impressione di un animale scattante, a volte feroce, altre mite, e quasi sempre solitario:
"Come ti senti?" Lei non rispose. Continuava a guardarlo con quei suoi occhi grandi.
Dunque è lui che mi ha salvata.
Stettero così per un attimo, stupiti l'uno dell'altra. Fu lui a parlare per primo:
"Capisci la mia lingua?" Lei annuì con capo:
"Bene. Ne sono felice" Aveva un'aria tranquilla e sicura di sé. L'aria di chi sa sempre cosa fare e lo fa senza fretta né paura:
"Mi chiamo Niall e sono il ranger di questa zona. Ti ho portato nella mia reggia ieri sera, dopo averti trovata addormentata nel bosco." Lei rimase ancora in silenzio e lui si sentì lievemente a disagio:
"Ti fa male la ferita?"
"Sì. Molto." Finalmente aveva sentito la sua voce. Flebile come quella di qualsiasi malato ma comunque presente. Solo allora si rese conto che quella che aveva nel letto non era un'apparizione:
"Mi dispiace ma ho già fatto tutto il possibile. Non posso trasportarti al villaggio purtroppo: sei troppo debole, e poi piove." Si mosse verso il camino e mise nel fuoco qualche ramoscello. Le parlò da quella distanza:
"Ci vorrà qualche giorno prima che il dolore passi. Cerca di non fare sforzi inutili." Lei sorrise lievemente, come per ringraziarlo. Lui si girò e si mise ad armeggiare con il fuoco: aveva paura che il turbamento comparisse sul suo viso e non voleva. Se c'era una cosa che detestava era lasciar trasparire le proprie emozioni:
"Dove siamo?" sentì dire dal letto alle sue spalle: "A Hadras?"
"Sì. Il passo di Hadras-Muir è proprio sulle nostre teste." Lui mise alcune erbe nella pentola sul fuoco. Lei guardò fuori il cielo immutato, gravido di pioggia. Si sentiva terribilmente stanca e spossata.
Non c'è niente che possa fare per ora. Devo solo riposare e riprendermi al più presto.
Chiuse gli occhi per abbandonarsi ad un sonno che l'assaliva.
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